USA: Biden ha vinto, ma keep calm

Joe Biden oggi si insedia come nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Sarà il quarantaseiesimo. Sarà un presidente che la storia ricorderà. Lo sarà perché arriva dopo una transizione molto pittoresca. Lo sarà perché il risultato delle urne di novembre gli ha consegnato il merito di essere il presidente più votato con lo sfidante più votato (81 milioni di voti contro 74).

Le elezioni americane, per quanto in una generale opinione appaia il contrario, sono finite male. Il più sconvolgente risultato della storia sta dimostrando conseguenze tragiche. I fatti del Capitol Hill sono stati l’esplosione di una protesta incitata dalla mancanza di democraticità della nuova faccia della destra, che non vuole riconoscere il parere dei cittadini quando gli è sfavorevole. Quanto è accaduto all’inizio di gennaio, durante la proclamazione di Joe Biden nuovo presidente USA, è un momento di culmine di questa rabbia. Quanto sta accadendo e i suoi sviluppi richiede uno sforzo in più.

Ogni analisi e ogni commento, come in realtà molte delle vicende politiche internazionali, vanno usate con occhi diversi da quelli nostrani, da quelli europei. Si provi a contestualizzare: i motivi dell’agitazione della base trumpiana del partito repubblicano sono un fattore che va visto ragionando con il parametro di un popolo abituato a vivere con la logica di essere una superpotenza, di essere completamente egemoni culturalmente e di dover avere la supremazia totale dei mezzi di lavoro e della vita privata. Nella concezione di chi oggi si agita, Trump rimane quel leader che ha risvegliato l’orgoglio statunitense contro l’affermazione delle potenze orientali e che fa la voce grossa rispetto alle partite internazionali, ma senza arrivare alla minaccia diretta. Le azioni di queste settimane sono la parte più viscerale di questo comportamento. Sono quell’aspetto americano che emerge nei momenti più aspri della ribellione, l’importanza dell’uomo forte e la prepotenza e la forza espressiva della rivolta.

Ciò che più dovrebbe piacere all’Unione Europea e a tutti gli osservatori deve essere l’atteggiamento politico di Joe Biden. È l’atteggiamento politico di un uomo che non condanna completamente il suo predecessore quale incitatore di tanta violenza verbale e fisica perché ha l’obiettivo di riunire il paese. Da questo si ritiene che i social network si stiano rendendo conto del potere di consenso e di massa che sempre più nelle società stanno avendo. L’ammonimento del gruppo Facebook e di Twitter non risponde come le affermazioni di Biden vorrebbero. Il social network censore è ciò che fa più rabbia alla destra reazionaria. È lì che oggi quella destra regressiva e delle protezioni cerca la sua massima espressione. È in quel luogo che si sente libera di raccogliere anche con algoritmi la simpatia dei cittadini e ciò che fa loro più male.

Negli ultimi decenni la politica statunitense si distingue anche nel carattere. Qualche comico, commentando la vittoria di Trump nel 2016 ed episodi anche precedenti, diceva che gli americani sembrano “quei pacifisti con il revolver nascosto sotto il cuscino”. Dagli USA arriva la politica caratteriale, quella che a volte abbandona la diplomazia e regala scene da copione. Anche per questo si dovrebbe intuire abbastanza facilmente che lo spettro di Trump e di quel nazionalismo così populista e così regressivo non si cancella in un attimo. Tutti gli osservatori e gli addetti ai lavori devono avere chiaro che il Trumpismo non è solo una parentesi e che quella che si chiude non è stata una ubriacatura del popolo statunitense. Questo è un fenomeno politico figlio di una tendenza generale che colpisce molte situazioni internazionali e che si deve combattere con la politica, mettendo in chiaro alcuni valori e alcune proposte.

Forse Biden è l’uomo che ripristinerà la tecnica della buona politica, ma non si facciano troppe illusioni coloro che credono nella sinistra progressista e di governo. Le sfide del post pandemia e del largo orizzonte vedono obiettivi diversi rispetto a quelli sperimentati nelle ultime amministrazioni. La diplomazia dovrà muoversi con un patto speciale. Dovrà capire che per tutti il paradigma liberista e neoglobalista è arrivato al capolinea. Dovrà capire che davanti all’appetito della finanza spietata ci stanno i diritti universali. Dovrà accogliere il senso della cooperazione internazionale, ma davvero. Non di quella che davanti stringe le mani e dietro prepara gli armamenti o il colpo di stato per rovesciare governi popolari e con le giuste istanze sociali. Forse qualcuno l’ha capito, ma non vive nei palazzi delle istituzioni. Piuttosto è qualcuno che veste la bandiera bianca della pace e della solidarietà e annuncia al mondo la Buona Notizia.

 

Alessandro Ritella