Trent'anni dalla caduta del muro di Berlino: il 1989 raccontato da Ezio Mauro

Sono circa le 23 di mercoledì 11 dicembre quando un applauso di infiniti minuti riempie la sala delle Fucine delle OGR e segna la fine del reading teatrale Berlino. Cronache del muro, ad opera di Ezio Mauro. A distanza di poco più di 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, Ezio Mauro racconta – insieme all'attore Massimiliano Briarava – tutto ciò che il muro ha rappresentato sia per gli abitanti della Germania Est sia per coloro che hanno vissuto quello stesso muro come una realtà lontana e contemporaneamente pregnante.

“Il mostro vive in mezzo alla città, attraversa l'Europa, separa il mondo correndo per 156,4 chilometri, innalzandosi per 3,63 metri, affondando nel terreno con altri 2,20 metri, con il corpo composto da 45000 sezioni di cemento, vigila con 302 torri di sorveglianza, si avvolge in 127 chilometri di filo spinato, si protegge con 105 chilometri di fossato, si rinchiude in 20 bunker, si circonda con la striscia della morte coperta di sabbia ogni mattina rastrellata se qualcuno la calpesta lascia le impronte, minaccia con 3 brigate di frontiera munite di pistole, carabine, mitra, bombe a mano, dissuade con 18300 reticolati, trappole anticarro, barriere con denti metallici, sirene dall'allarme e riflettori, spaventa con 5000 cani pastore”: così Ezio Mauro descrive il muro di Berlino, il “mostro”, che solo 5000 persone sono riuscite a superare, con imprese folli e assurde; si parla di 227 morti durante la fuga, ma il numero ufficiale è di 113, di cui 86 civili e 27 guardie di frontiera dell'Est. Ma perché la DDR (Deutsche Demokratische Republik, Repubblica Democratica Tedesca) ha ritenuto necessario costruire il muro? Questo gesto fu la risposta al fatto che dal 1949 al 1961 due milioni e mezzo di tedeschi orientali si erano trasferiti nella Germania occidentale, mettendo in seria difficoltà il regime: Walter Ulbricht, allora capo di Stato della DDR, si assunse quindi la responsabilità politica della costruzione del muro di Berlino, per tentare di fermare l'emigrazione da Est a Ovest. Tentativo riuscito, dato che il numero dei trasferimenti scese drasticamente a 5000 negli anni successivi.

I lunghi 28 anni di muro, che vanno dal 1961 al 1989, vengono ripercorsi in questo reading teatrale – tratto dal libro dello stesso Ezio Mauro, Anime prigioniere. Cronache dal muro di Berlino – attraverso i momenti più significativi di quegli anni e, soprattutto, attraverso il racconto minuzioso dell'ultimo anno, affrontato mese per mese.

Il mese di gennaio fu solo l'inizio di quello che si sarebbe rivelato un anno incredibile ovunque, eccetto che nella DDR, dove il muro aveva bloccato qualsiasi aria di novità – o almeno così sembrava.

A febbraio, la DDR si sporcò dell'ultimo omicidio a causa del muro: si trattava di Chris Gueffroy, un cameriere di 21 anni, ucciso mentre tentava di scavalcare il muro con l'amico Christian Gaudian. I due giovani erano convinti che l'ordine di sparare contro chiunque tentasse di oltrepassare il muro fosse stato sospeso, ma non era così. Gueffroy fu colpito al petto con 10 proiettili e così fu cremato, senza nemmeno poter ricevere l'ultimo saluto da parte della sua famiglia; Gaudian, invece, riuscì a sopravvivere e venne quindi arrestato e condannato a 3 anni di reclusione.

Anche per quel che riguarda il mese di marzo, è importante ricordare una vittima del muro. Il suo nome era Winfried Freudenberg, morto l'8 marzo nello spettacolare e folle tentativo di fuggire con una mongolfiera casalinga, che doveva portarlo nella Germania dell'Ovest. Il pallone sorvolò il muro, ci passò sopra e in 20 minuti era su Berlino Ovest, ma all'improvviso prese velocità e vagò fino all'alba, salendo troppo nel cielo notturno e gelido. Il cadavere fu ritrovato solo il giorno seguente, nel pomeriggio, nel giardino di una villa del quartiere occidentale, quasi a simboleggiare una libertà impossibile, anche per “l'uomo che volò sopra il muro”.

Con l'arrivo della primavera, nel mese di aprile, il pattugliamento del muro venne ridotto e la norma che ha ucciso il povero Gueffroy fu abolita: l'ordine di sparare a chi tentasse di scavalcare il muro fu sospeso, senza che il Paese lo venisse a sapere. D'altra parte, questa era una regola che non fu mai stata scritta e, di conseguenza, non poteva nemmeno essere abolita.

Primo maggio. Erich Honecker, successore di Walter Ulbricht e quindi reggente della Repubblica Democratica Tedesca, assisteva alla parata annuale dei soldati in marcia, che sventolavano bandiere a festa, insieme ai due uomini che nei mesi successivi lo tradiranno: Egon Krenz, che lo succederà a capo della DDR, ed Erich Mielke, Ministro per la Sicurezza dello Stato. Honecker non poteva immaginare che da lì a poche ore, nella cittadina di Hegyeshalom e per ordine del governo ungherese, sarebbe stato tagliato a colpi di cesoia il filo spinato che divideva Ungheria e Austria, dando inizio a quello che sarebbe stato un inarrestabile processo di riapertura.

Questa mossa da parte del governo ungherese fu causa di un giugno movimentato nella Germania dell'Est: decine di migliaia di tedeschi orientali, infatti, si misero in viaggio verso l'Ungheria, al solo scopo di approfittare del filo spinato finalmente tagliato ed emigrare da Berlino Est.

Venerdì 7 luglio, appena arrivato nella città di Bucarest, Erich Honecker scambiò con Nicolae Ceausescu, Presidente della Repubblica socialista di Romania, il tradizionale bacio sulla bocca, saluto tra partiti fratelli, e così fece con tutti gli altri leader, ad eccezione del presidente del partito ungherese, accolto con una semplice stretta di mano, proprio a causa di quanto accaduto al confine tra il suo paese e l'Austria. Quella stessa notte, il capo della DDR ebbe un malore improvviso e tornò verso Berlino Est, dove fu operato di cistifellea e dove fu scoperto il tumore che portava con sé, che lo indebolirà, che gli eviterà la galera dopo il processo e che lo ucciderà nell'esilio in Cile. Questo episodio fu l'inizio della fine della DDR, che vedeva crollare il suo capo più saldo.

Il 9 agosto l'usciere di una palazzina nel centro di Berlino Est, più precisamente Hannoversche Strasse, chiuse i battenti della porta e sbarrò l'ingresso: non si trattava di una palazzina qualunque, era la rappresentanza diplomatica della Germania occidentale, aperta proprio nel mezzo della DDR. Qui si trovavano da giorni famiglie della Berlino Est, accampate nel tentativo di sfuggire alle guardie e di fuggire da quello che ormai era diventato il loro isolamento forzato dal resto del mondo. Finalmente anche nella Berlino orientale era arrivata quella ventata di aria fresca, quella folata di coraggio, che portava via la rassegnazione e infondeva ottimismo.

Se torniamo indietro di 28 anni e analizziamo l'agosto 1961, c'è ben poco da essere ottimisti: proprio il 13 agosto di quell'anno veniva dato l'ordine di tirare su il mostro, il muro di Berlino, e già nel primo mese si contarono 418 tentativi di fuga riusciti. Tante furono anche le morti a causa del muro, tra cui ricordiamo quella del sarto Günter Liftin, prima vittima, ucciso da un proiettile mentre cercava di raggiungere a nuoto la riva occidentale; quella di Dieter Wohlfahrt, ventunenne ferito a morte mentre cercava di tagliare il filo spinato, per far scappare a ovest sua cugina; e ancora quella di Peter Fechter, un muratore diciottenne ferito dai proiettili sparati dalle guardie di confine e lasciato agonizzare per più di un'ora, davanti agli occhi dell'Occidente impotente, finchè non morì dissanguato.

Il mese di settembre si aprì con quella che sarebbe stata l'ultima fuga dal muro di Berlino: Mario Wächter, 24 anni, entrò nell'acqua gelata del Baltico per raggiungere la spiaggia di Travemünde ad Ovest. All'alba, stremato, venne avvistato dal traghetto Peter Pan, che navigava dalla Germania Ovest alla Svezia; il capitano del traghetto calò il gommone, ma proprio in quel momento si avvicinò anche la vedetta della DDR. Mario nuotò, “come se si trascinasse dietro tutti i fuggitivi dei 28 anni del muro”, conscio di poter essere ucciso o arrestato, ma il gommone arrivò prima della vedetta e lo trasse in salvo, lo riportò sulla terra ferma, dove svenne non appena toccato l'Occidente.

Il 18 ottobre Honecker fu destituito: la discussione durò tre ore e il leader, ormai 77enne, sentì tutti i suoi vecchi compagni votare la sfiducia contro di lui; a sua volta, Honecker obbedisce e vota anche lui contro se stesso. A prendere il suo posto fu Egon Krenz, destinato a rimanerci per soli 46 giorni.

Il mese di novembre iniziò con un corteo che puntava dritto verso il muro: il 4 novembre, più precisamente, 600000 persone entrarono in Alexanderplatz, “come se camminassero direttamente dentro i libri di storia”. Insieme ai partecipanti al corteo, si contavano le fughe: 25000 persone in appena tre giorni, ciò significa che ogni nove secondi scappava una persona. I giorni passavano in fretta, l'8 novembre nella città di Berlino si contavano 50 cortei e un milione di persone su 16 milioni di abitanti aveva scelto di scendere in piazza: il sistema stava per essere distrutto, stava finalmente soffocando sotto i passi di tutti quei berlinesi stanchi di subire. Krenz si vide costretto a tentare di fermare la grande fuga: si dice “a mali estremi, estremi rimedi” e così decise di concedere a tutti i cittadini il permesso di andare ad Ovest, sperando così di riuscire a spegnere la voglia di fuggire; incaricò Günter Schabowski di portare la notizia in sala stampa. Quest'ultimo, assente quando il governo aveva deliberato la fine dei divieti all'espatrio e munito solo di un foglio dattiloscritto in cui erano riportate le nuove misure, spiegò la norma appena stabilita e poi concesse alcune domande ai giornalisti: rispose, in particolare, alla domanda di Riccardo Ehrman, un inviato dell'ANSA, che chiedeva da quando questo nuovo regolamento sui transiti tra le due Germanie e all'estero sarebbe entrato in funzione. Schabowski si trovò impreparato, tirò nuovamente e nervosamente fuori dalla tasca il suo foglio, ma non trovò la risposta. Nessuno gli aveva detto che il nuovo regolamento sarebbe partito dal giorno successivo, il 10 novembre, in modo da preparare le guardie di frontiera: così affermò che le vecchie norme per i viaggi erano state revocate con effetto immediato, ab sofort, “subito”. Schabowski non si rese conto che, con quelle sole due parole, alle 18:53 di quello storico pomeriggio, aveva annunciato la caduta del muro di Berlino. In quella città fino ad allora spezzata, tutti scesero in strada, quasi guidati da un flauto magico, che li condusse al muro, davanti ai posti di controllo, dove chiesero di liberare il passaggio ab sofort, così come avevano sentito dire alla tv: un fiume di persone potè finalmente attraversare quel muro, dopo 28 lunghi anni, accolto a braccia aperte dai berlinesi dell'Ovest, che offrirono da bere, vestiti, addirittura posti in cui dormire. Per la prima volta, “i berlinesi dell'Est si ritrovarono il muro alle loro spalle e non di fronte”: tutti loro ricorderanno dove si trovavano durante le ore di quella benedetta sera, di quella meravigliosa notte di rivoluzione e di nuova unificazione.

Nel 1989, 30 anni fa, io non ero ancora nata e non ho potuto vivere l'incubo di quegli anni e la magia di quella notte. Grazie a questo reading e al lavoro di Ezio Mauro, riesco però ad immaginare l'aria di cambiamento che si respirava in quel momento, le aspettative di una nuova Berlino finalmente riunita, la speranza di ricominciare una nuova vita lontana dai soprusi subiti, la felicità nello stringere le mani della persona amata senza temere il filo spinato, la gioia nel riabbracciare qualcuno che non si vedeva da anni, lo stupore nel ritrovarsi cresciuti in centimetri o invecchiati dalle rughe del tempo passato. In sottofondo a tutto questo, mi sembra di sentire riecheggiare la voce di David Bowie, che si diffonde in tutta la città, senza più divisioni o censure, e che canta quei versi scritti proprio contro quel maledetto muro:

I can remember
standing, by the wall
and the guns shot above our heads
and we kissed
as though nothing could fall
and the shame was on the other side.
We can beat them, for ever and ever,
then we could be heroes
just for one day.

E quel 9 novembre 1989 era proprio il giorno giusto per essere eroi.

Fabiana Vilone