TORINO: Un'opera d'arte per i diritti

Sabato 20 giugno in piazza Adriano è stata inaugurata un’opera per il Pride composta da una panchina arcobaleno #peaceandpride, realizzata dall’artista Rosalba Castelli, al centro degli alberi di Adamo e di Eva. Quest’anno le giornate contro l’omo-bi-transfobia e l’annuale Pride sono state stravolte come tutto il corso degli eventi dal CoronaVirus e rivisitati in forma particolarmente straordinaria. L’inaugurazione nei giorni scorsi di questa panchina è certamente un aspetto interessante per il suo significato storico e anche perché la lotta per la conquista dei diritti LGBT e le rivendicazioni Pride non si fermano mai, anzi sono i momenti difficili a farci valutare quanto ci servano.

Altra Voce ha parlato con la creatrice e la realizzatrice di questo progetto, Rosalba Castelli.

-Come nasce il progetto di una panchina arcobaleno in piazza Adriano?

Come artista, mi occupo da molto tempo di lavori legati ai diritti e a progetti sociali. Della tematica LGBT infatti mi ero già ampiamente occupata con “Famiglie, mettiamoci la faccia” due anni fa, costituito da 21 famiglie e che aveva come messaggio forte quello dell’esistenza di tutte le forme di famiglia. Siamo riusciti a portarlo in giro per l’Italia fino anche per le strade del Torino Pride 2018.

Per quanto riguarda le panchine arcobaleno, la Circoscrizione 1, in occasione del Pride 2019, mi ha chiesto di crearne due, le prime due in città, grazie all’interessamento della consigliera Eleonora Averna, fortemente desiderosa di realizzarlo.

Quest’anno, faticoso per organizzare iniziative ed eventi anche se usciti dalla quarantena, abbiamo deciso di riproporlo con la mia associazione, Artemixia, il cui scopo vuole essere utilizzare l’arte per fare sensibilizzazione sociale, in collaborazione con il Coordinamento Torino Pride.

Un problema che ci si è posto è stato come poter coinvolgere la cosa con le istituzioni e allora la Circoscrizione 3 mi ha chiesto di entrare a far parte di un progetto iniziato da un altro artista, Osvaldo Neirotti, in piazza Adriano. L’idea dell’artista era impostata con un albero rosa e uno azzurro, nominandoli Adamo ed Eva, e io sono stata chiamata per la realizzazione della panchina in mezzo. Dunque ho proposto lui di trasformare il progetto in occasione del Pride. Lo abbiamp chiamato Genesi 2020, che sta per nuova nascita che parte da questo momento storico, in cui tra Adamo ed Eva c’è la molteplicità delle sfumature, dei colori, delle possibilità e delle forme identitarie che esistono e ne hanno diritto, fonte di bellezza e peculiarietà. È un qualcosa di fantastico specie se per un momento storico del genere. A quel punto necessitavo del luogo in cui concretizzare le idee e mi è stato indicato il Comala, centro aggregativo di corso Ferrucci, in cui c’erano moltissimi giovani a studiare. Lì ho pensato “che figo se ognuno desse una pennellata” proprio perché si porta avanti il discorso che ognuno porta avanti una propria sfumatura che arricchisce il complesso del sistema. Se un artista ti coinvolge nella costruzione dell’opera componiamo quello che è un’opera unica, fatta di molti tocchi e dunque domenica 14 ho invitato molte persone, tra cui numerosi dalle associazioni LGBT, che si sono ritrovati per l’occasione dopo il lockdown.

Era l’idea di uscire con un segno che rimane nella città, anche se non è l’avvio del corteo del Pride. Un attimo in cui ci si ritrova e si fa una celebrazione per i diritti. Il percorso per i diritti è una lotta antichissima.

-Perché avete scelto #peaceandpride come slogan?

La bandiera del Pride e quella della pace hanno gli stessi colori, ovvero quelli dell’arcobaleno. La differenza sta nell’ordine di disposizione: quella della pace inizia con i colori freddi per arrivare a quelli caldi, mentre al contrario per quella del Pride. Storicamente nasce prima quella della pace, ma nel 1978 Baker si inventa una bandiera per rappresentare il movimento Pride, che, all’inizio, aveva otto colori (quei sei più il rosa e l’azzurro). Questi due per motivi puramente tecnici furono abbandonati - il rosa perché difficilmente reperibile e l’azzurro non si riusciva a vedere -, ma poi ripresi nel 2000 dal movimento trans assieme al bianco. Gli alberi rappresentano Adamo ed Eva, ma sono anche il richiamo alla storia del simbolo e alla rivendicazione del movimento trans, rappresentato non soltanto da due bande laterali, ma da due alberi.

Nella composizione della bandiera nella panchina, ho cercato di creare un collegamento tra il peace e il pride, cioè sono partita dal colore rosso per finire nel viola e ricominciare tornando nel rosso. Già lo avevo sperimentato con le altre panchine, ma con un disegno diverso perché meno circolare. Metaforicamente sta a significare che c’è interdipendenza tra i due concetti: affinchè ci si possa esprimere con orgoglio servono i diritti per poter esistere pacificamente. Dunque il bianco è una base per mettere i colori, la panchina è una base per potersi appoggiare, i diritti sono una base per una pacifica esistenza.

-Quest’anno mancante di occasioni ufficiali è stato un momento per la società in cui comprendere le carenze in tema di diritti civili?

Nei due giorni in cui ho coinvolto la popolazione per la pennellata della panchina non ho dovuto raccontare esplicitamente il significato del progetto e dell’idea della panchina perché è stato colto abbastanza semplicemente, ma soprattutto alcune frasi che mi hanno detto. Ho fatto anche un po’ da documentarista con un video. Mi hanno colpito quanto hanno detto: un ragazzo per esempio mi ha detto “viviamo tutti sullo stesso pianeta”, “peaceandpride perché siamo tutti uguali e viviamo tutti sullo stesso pianeta”, tutti a modo loro capivano il discorso ed erano contenti di farne parte lasciando una pennellata. Si comprende abbastanza come sia un contributo all’opera. Il fatto che non ci sia un’azione di massa è vero, ma ho notato maggiore disponibilità da parte delle persone, un bisogno ancora più latente di proseguire determinati discorsi. Basti pensare alla bellissima e sentita manifestazione di piazza Castello. Il fatto che alcuni eventi non si possano fare non significa stare comodi a casa, ma rende le persone meno stressate dalle proposte, per esempio con l’idea di coinvolgere tutti con una pennellata sulla panchina ha avvicinato alcuni che diversamente non sarebbero venuti, magari anche perché pieni di iniziative diverse. Il periodo storico oggi è molto particolare, se teniamo conto pure che è di questi giorni la questione della legge contro l’omo-lesbo-bi-transfbobia, delimitata da un contorno di mille polemiche. C’è stato addirittura chi ha sostenuto che questa legge andrebbe a limitare la libera espressione dell’opinione. Penso che in questo frangente ci sia comunque una parte di società civile sensibile e attenta, che, se non può scendere in piazza, rimane convinta che le cose vadano avanti e non tornino indietro. Anche se non siamo in strada, gli animi sono carichi e riusciamo a fare meglio le battaglie che magari prima si perdevano per limitazione di tempo.

-Tra i progetti e le mostre che hai fatto quello che ha lasciato e continua a lasciare soprattutto in tema di diritti di più alla comunità?

Quello sulle famiglie è stato il primo progetto artistico e sociale, che mi ha permesso di uscire da me stessa e di incidere sulla società. Era durato 27 mesi, 9 per la realizzazione e 18 per portarlo in giro, per Torino e per tutta l’Italia. Fu un lavoro fantastico che mi ha permesso di capire che avevo una carta preziosa da giocare, l’arte utilizzata ai fini sociali. Ne ho preso consapevolezza e nei vari discorsi che ho scritto e nei vari target a cui mi sono rivolta, l’aspetto principale che sottolineavo era che uno stato personale di indignazione, provato per le questioni delle unioni civili e il fatto che le coppie omosessuali fossero state definite formazioni sociali specifiche, quasi a offesa, si è trasformato in un impegno sociale. Mi sono resa conto della potenza dell’arte come messaggio ampliato e con il coinvolgimento delle tante realtà associative in tema di diritti. Lì ho iniziato appunto a conoscere e collaborare di più con queste e con le istituzioni. È stato il lavoro che mi ha permesso di partire da me stessa, dalle mie rabbie e indignazioni, ci ragioni e trasformi questi tuoi sentimenti con la tua energia, la tua competenza e il tuo talento. Vuole essere talvolta un modo per dire usiamo l’arte e facciamo la nostra parte, in cui per arte intendiamo la nostra capacità.

Il 2020 ha stravolto la storia delle persone e la Storia degli eventi sicuramente, ma in realtà nessuna iniziativa e nessuna voglia di viverle, seppur in modo straordinario, si sono interrotte. Il progetto #PeaceandPride va in questa direzione, ma soprattutto in un tempo in cui la lotta per i diritti è una battaglia ancora complicata. È segno non solo di un passaggio storico particolare, ma di come sia importante lasciare nella società un segno di non indifferenza. 

Rosalba Castelli è testimone di come il talento non sia solo un modo per far parlare di sé, ma pure per sostenere cause nobili, un po’ come i grandi artisti di un tempo.

Alessandro Ritella