TORINO: Quando la rabbia diventa violenza

Abbiamo visto tutti le immagini di Torino dell'altra sera. Tutti ci siamo indignati per le vetrine rotte e i negozi saccheggiati. Tutti abbiamo speso parole di sconforto e di contrarietà nei confronti di chi, l'altra notte, ha deciso di protestare in questo modo. Tutti l'abbiamo fatto e anche giustamente, mi viene da dire.

Ma quello che manca in tutto questo è l'analisi di ciò che ci sta dietro. I ragazzi che si sono ritrovati in piazza, quelli che hanno sfasciato tutto, non possono essere definiti semplicemente come "Ultras da stadio". Sono ragazzi, alcuni giovanissimi, tutti provenienti da quelle periferie che noi vediamo solo passando in auto ma che solo chi le vive sa davvero cosa sono.
L'impossibilità di vedere un futuro, l'impossibilità di uscire da quel reticolo, l'impossibilità di vedere un giorno la loro vita essere protagonista come quella di molti loro coetanei che ogni giorno vedono sul web o che guardano prendendo il pullman in direzione centro per farsi un giro.

Il tema "periferie" continua a non essere preso in considerazione come vero e proprio problema. Da nessuno. Non c'è un tema di destra o sinistra. Non c'è un tema di mala gestione dell'attuale amministrazione torinese. C'è una questione molto, ma molto, più grossa: quella del "facciamo finta che non esistano". 

Le periferie in Francia funzionano allo stesso modo. Relegare la povertà e la difficoltà in un quartiere quasi invisibile per evitare che chi ci vive dia "fastidio" ai salotti della città "per bene".

A Torino la differenza sociale tra centro e periferia è sempre più lampante. Gli unici interventi di miglioramento, da anni, sono fatti nella maniera più sbagliata possibile. Migliorare i quartieri esteticamente, ristrutturare palazzi e costruirne di nuovi, alzare gli affitti e i prezzi delle case e spostare la povertà ancora più ai margini. Prendere gli ultimi, quelli che non possono pagare 2/3 mila Euro al metro quadro una casa, e spostarli sempre più lontani da chi non vuole avere problemi. Da chi vuole vivere tranquillo. Da chi vuole far finta che la città siano solo i quartieri fighetti. Centro, Crocetta, Collina, Vanchiglia. Sarebbe bello se Torino finesse in corso Regina Margherita. Ma non è così. Esiste Falchera, esiste Mirafiori Sud, esiste Borgo Vittoria, esiste Barriera di Milano e molto altro. Quello che vediamo ai Tg, nelle guide turistiche, è a mala pena il 10% della città. Quella vera sta fuori da quel cerchio.

I ragazzi che erano in piazza l'altra sera erano i figli di quella periferia. I figli di un sistema che non li vedrà mai protagonisti perché, di tutti loro, forse se ne salverà 1 su 1000. Come? Con qualche scommessa, magari la musica, o l'arte, o qualche genitore illuminato che lavorando 12 o 14 ore al giorno in nero cerca di pagare gli studi al figlio rischiando di venire sfrattato da casa.

I ragazzi riflessi sulla vetrina di Gucci sono le vittime, non i carnefici. Le loro facce, poi finite su Instagram, raccontano di una realtà completamente distorta. Rubo una borsa e poi faccio una storia. Capite che non ha senso? Nessun ladro si vanta sui social dopo aver rubato un orologio d'oro o dopo un colpo in banca.

Quei ragazzi non sono ladri. Non sono delinquenti. Sono figli di una rabbia sociale, sono i figli di quel sistema malato che non gli garantisce e mai gli garantirà un cambio di vita.
Sono ragazzi, non sono delinquenti.

Proviamo noi a vivere in quelle condizioni anche solo per un giorno e poi, forse, capiremo cosa vuol dire "avere i propri 15 minuti di notorietà".

Pensiamoci. Non è una questione politica. E' una questione sociale e psicologica.

PS: nulla di quanto scritto e affrontato qui giustifica la violenza. Essa è semplicemente l'ultimo modo che hanno questi ragazzi per sfogare la propria rabbia e, forse, per far parlare di sé e per fare in modo che qualcuno, finalmente, si renda conto che esistono anche loro.

Gabriele Cannone