TORINO: M5S e Centro-sinistra non è una larga intesa

In queste settimane pare si sta sciogliendo un po’ il ghiaccio. La sindaca Chiara Appendino ha dichiarato la sua disponibilità e apertura al rilancio di un laboratorio tra Movimento 5 Stelle, Pd e LeU per le prossime elezioni amministrative. È sicuramente una notizia da osservare con entusiasmo.

Qualche mese fa abbiamo assistito alla disfatta della maggioranza giallorossa. Se un esponente riconoscibile nell’area pentastellata ha intenzione di muoversi nella direzione della tanto attesa ricaduta territoriale di quell’alleanza è solo un bene.

Purtroppo le prime reazioni che arrivano non sono molto ottimiste. E questo è un dato abbastanza negativo. I malumori non arrivano solo all’interno del centro-sinistra, si stanno rincorrendo notizie che anche nei Cinque Stelle l’accordo potrebbe creare disagi.

Prima di entrare nello specifico dell’analisi di questo possibile nuovo assetto dobbiamo però considerare qualche spunto di riflessione.

L’obiettivo che, specie in una città come Torino, ci si deve porre era, è e rimane uno solo: non consegnare l’amministrazione totale dei due enti più importanti al centrodestra, a maggior ragione se vive nel binomio-concorrenza tra Lega e Fratelli d’Italia.

Già nel maggio 2019 il fronte del centro-sinistra ha riportato, complice probabilmente la concomitanza con la tornata per l’Europarlamento, una delle sconfitte più sonore. Le ragioni che si sono fatte avanti non erano dissimili da quelle che avevano fatto perdere il comune di Torino nel 2016 a Fassino. La Lega e Fratelli d’Italia soprattutto conquistarono quasi tutta l’area periferica della regione, mentre nella sola area di Torino prevalse Sergio Chiamparino. Cinque anni fa al ballottaggio per la città di Torino, complice anche la presa di posizione di tutti i candidati a sindaco contro Piero Fassino, il centro-sinistra vinse unicamente nell’area ZTL e nel centro, mentre tutti i borghi popolari e le periferie preferirono senza alcun dubbio la novità pentastellata dell’Appendino.

Da quei momenti si acuì una cultura sbagliata all’interno del centro-sinistra, ovvero quella secondo cui i grillini erano il nemico da contrastare e che l’opposizione in Sala Rossa doveva essere durissima quasi solo per l’amarezza della sconfitta.

Nel frattempo, tra quei giorni di giugno e il rinnovo del Consiglio Comunale, si sono ridisegnati molti scenari e combattute partite complicate e insidiose. La prima fu prima delle elezioni regionali, il 4 marzo 2018, quando il centro-destra conquistò il 37% dei voti e il M5S il 32% e nel Nord Italia il centro-destra si affermò con nettezza quasi a dar l’idea di una rigenerazione della Macroregione teorizzata da Maroni anni prima. Dopo quelle elezioni lo stallo politico portò alla soluzione gialloverde (o gialloblu, se non addirittura giallonera) con Giuseppe Conte alla guida di un esecutivo le cui bandiere erano il Reddito di Cittadinanza e Quota100 accompagnate dai Decreti Sicurezza. Poco più di un anno dopo, il ribaltone dettato dai diktat di un’estate al Papeete riuscì a portare il PD e la coalizione di LeU al governo con i grillini e il premier Giuseppe Conte.

In quei mesi nel Partito Democratico con la nuova guida dalle speranze più rosse di Zingaretti si consumarono due scissioni quasi annunciate, quella capitanata da Carlo Calenda (Azione) e quella renziana (Italia Viva), che da lì hanno iniziato a recitare uno l’opposizione intransigente a braccetto di Più Europa e l’altro la comoda maggioranza/opposizione. In altri tempi si sarebbe parlato di franchi tiratori.

Nonostante che si sia creato attorno alla figura del presidente Conte e dell’azione del suo governo un clima di collaborazione e di lavoro positivo e si sia tentato in alcune occasioni non secondarie di dare ricaduta territoriale all’alleanza giallorossa, gli equilibri di due città importanti e strategiche che in autunno andranno a votare non si sono modificati. A Torino e a Roma la maggioranza è rimasta un monocolore M5S, in cui il Partito Democratico ha continuato la sua attività durissima di opposizione.

È evidente che, se un’iniziativa concreta fosse iniziata con il nascere del governo Conte bis, probabilmente in questi mesi non ci sarebbero molte sorprese dal punto di vista dell’opinione pubblica e della stampa nelle dichiarazioni che si susseguono. Per esempio dalla regione Lazio arriva una esperienza preparatoria del lavoro per le elezioni amministrative. Zingaretti, a seguito delle dimissioni da segretario del suo partito, ha ricomposto la sua giunta, chiamando a lavorare con sé proprio due esponenti del M5S.

A Torino la questione elettorale ha vissuto nell’ultimo anno diverse fasi anche non semplici, che si stanno sintetizzando allo stato dell’arte ad aprire moderatamente alla giusta provocazione lanciata dalla sindaca uscente. Il bilancio di gestione della città non dà buone speranze, ma Torino non è distrutta esclusivamente dalla gestione pentastellata. Torino come Milano, Roma, Bologna e Napoli é stata messa in ginocchio dalla pandemia. La sfida di quest’anno è ancora insaldata dentro l’emergenza sanitaria, probabilmente si voterà ancora una volta con le difficoltà dovute al distanziamento sociale e la campagna elettorale sarà inedita. L’obiettivo che si deve porre però non è quello superamento di questa fase, ma è la partita enorme che qualcuno fissa con la data del 2050.

Questa città deve lavorare con la bussola impostata nei punti cardinali giusti e questi non possono non essere quelli che guardano ad alcune zone e ad alcune categorie sociali. Le zone in cui si deve fare più attenzione sono evidentemente le periferie. Le categorie sono quelle che danno alla città il senso di essere accogliente, attrattiva e innovativa.

Il candidato sindaco del centro-sinistra o comunque quello che gioca per le prossime generazioni di torinesi e non per le prossime tornate elettorali deve con un patto fatto di valori concreti e forti portare la città tra le metropoli sviluppate. Deve dare alla città una spruzzata di verde, ma non solo apparentemente, bensì con un piano rinnovato sull’ambiente e lo sviluppo ecosostenibile. Deve saper scrivere la propria agenda mettendo l’accento sui quartieri più provati, non solo per un mero assistenzialismo, ma per la riqualificazione e l’innovazione nella vita di chi ci abita. Deve rispondere alla sfida dell’integrazione tra nuovi torinesi e i cittadini di lungo corso, tra cui ci sono figli di generazioni di emigrati e piemontesi DOC, ma non con il buonismo bensì facendosi promotore di iniziative brillanti. Deve capire che la pandemia lascia una lezione importante fra tutte. Il Welfare non è solo una materia che interessa alla statistica o alle più varie indagini, ma è l’obiettivo perché ogni cittadino possa sentirsi a casa là dove sta e possa lavorare con il giusto merito e il giusto compenso. Si deve impegnare perché Welfare vuol dire pure prossimità, significa farsi vicini alla propria comunità nei servizi e nelle opportunità.

Ci sono molti temi sul piatto e il grande ruolo del centro-sinistra deve essere non perdere ancora l’occasione e lasciare che la destra più regressiva travestita da perbenista si impossessi di un fulcro strategico.

 

Alessandro Ritella