TORINO: La rassegnazione di una città strategica.

Queste ultime settimane, affianco alle vicende legate alla lotta al virus ed al grande dibattito sulle riaperture, sono diventate teatro di un tema molto caldo per i prossimi mesi. Rispetto a un mese fa sembra che il quadro che porta Torino ad affrontare le elezioni amministrative su stia schiarendo.

Quando si ragiona sul voto comunale del prossimo autunno bisogna considerare due fatti importanti. Il primo è che ci sono altre quattro partite importanti nella stessa giornata. Se vogliamo dirla con un titolo ad effetto si può parlare di “Italia dei comuni”. Il 10 e l’11 ottobre - ormai sembra definita nettamente questa data - andranno a votare cinque città strategiche del panorama dello sviluppo italiano. Ognuna di queste vive il prossimo appuntamento elettorale con una storia molto differenziata e delle vicende caratteristiche molto particolari. Il secondo fatto locale che interpella ogni città che si prepara alle urne è che, mentre si è chiamati al rinnovo dei consiglieri comunali e del primo cittadino, ci si deve esprimere sulla propria circoscrizione amministrativa. In questo i casi locali hanno vissuto percorsi diversi. Per esempio a Roma, dove c’è un numero molto più consistente, si vive nei municipi, una realtà più complessa e forse più vicina al decentramento, a cui in molti negli ultimi anni si stanno rifacendo.

Le ultime ore hanno accolto una notizia: i vertici regionale e provinciale del PD convocati al Nazareno sono ritornati a casa con l’impegno di chiamare a raccolta i gazebo per scegliere il candidato sindaco. In parole più semplici, nel prossimo mese di giugno si dovranno tenere le primarie per decidere il candidato sindaco del centro-sinistra. Non è certo il momento né c’è tanto meno l’intenzione di giudicare i metodi che un partito diverso dal proprio sceglie per selezionare la classe dirigente e quindi prepararsi alle competizioni elettorali, però si deve anche dire che il rischio di perdere Torino si concretizza.

Lo strumento delle primarie non è un mezzo degradato solo per motivi ideologici, ma lo è perché la cultura politica del nostro paese ha sempre lavorato con un’impostazione diversa da quella originaria made in USA. Al giorno d’oggi diventerebbe spinosa presentarla al pubblico elettorale se si considerano le criticità ancora vive della pandemia.

Questa città vivrà una sfida nuova in cui un asse giallorosso avrebbe potuto competere se non con armi pari, ma con armi adeguate. Senz’altro dalla costituzione del Governo Conte II c’è stato il problema di concretizzare quell’alleanza politica anche sui territori con un rapporto avanzato in positivo o in negativo. 

Si affronterà una campagna elettorale più inedita delle altre di fronte al centrodestra. Il candidato sindaco non è espressione di una delle tre forse e non è nemmeno una figura che le ricorda vagamente. Questa volta il centrodestra si è riunito attorno a una figura diversa, una di quelle ben vista da quella parte di Torino a metà tra la ZTL e la borghesia dominante appartenente al “Sistema Juventus”, che spesso in questa città ha fatto sentire il proprio peso nei momenti decisivi. Mentre a livello di facciata e nelle relazioni più importanti i campioni del conservatorismo più becero schierano il piacione Paolo Damilano, nelle periferie possono sfogare la vera natura del loro stile politico. Già sono nell’orizzonte le grida di incitazione nei quartieri più colpiti e provati dalla crisi economica e dalla profonda ghettizzazione e accentramento del potere. Con questa strategia il centrodestra si prepara a una nuova vittoria, quella che vedrà l’intera classe dirigente locale torinese conquistata dalla destra sociale e conservatrice, quella che oggi si sta rendendo responsabile della disorganizzazione nella campagna vaccinale e del totale sbandamento nella gestione della pandemia. 

Intanto l’alleanza giallorossa? Cosa fa? Che cosa intende fare per arginare o quanto meno competere fino al giorno delle urne? Le primarie non sono certo un invito a convolare in una coalizione larga come neppure l’ostinazione comprensibile a tratti dei Cinque Stelle torinesi. È senza ombra di dubbio un segnale nella giusta direzione l’apertura concreta e non solo negli annunci della sindaca uscente Chiara Appendino, che ha incontrato e ascoltato le ragioni dei Verdi e di Articolo Uno, promotore meglio di chiunque di una prospettiva di questa natura. Era necessario guardare ai Cinque Stelle non per un invito alle primarie come se fosse il pranzetto della domenica in un parco, ma con l’intento del dialogo per non abbandonare Torino all’abbraccio tra la rabbia e l’invidia sociale e la diplomazia liberale e liberista. A maggior ragione l’argomento più spinoso per le forze del centro-sinistra deve essere nel rischio sempre più vicino di perdere anche gli enti decentrati, le circoscrizioni, che passerebbero in un attimo vista l’ingegneria elettorale dominante. Rimangono quelle il presidio da cui i temi e i distinguo si insediano nella logica di governo del territorio e dell’intera città.

Accanto alla grande confusione sotto il cielo, si sta lasciando scivolare dalle mani l’occasione di parlare davvero di futuro, di orientare Torino assieme alle altre città, dove, a parte Milano, la situazione non è dissimile, in una direzione di progresso e di largo orizzonte davvero alternativa. Forse servirà come lezione.

 

 

Alessandro Ritella