SFIDUCIA A SPERANZA: Basta condannare chi combatte la pandemia!

Ieri pomeriggio al Senato è stato sventato sonoramente il tentativo di Fratelli d’Italia di abbattere il Ministro della salute Roberto Speranza. Se da un lato questa può essere una notizia che fa tirare un sospiro di sollievo, dall’altro è la conferma che serve uno sforzo in più.

Occorre procedere con ordine.

Dal marzo 2020, quando il quadro politico era tutto diverso, si è acuita una tendenza in una consistente parte della società di credere di avere le soluzioni in tasca. La pandemia è diventata lo strumento principale per affermare ricette sempre migliori e sempre più invidiabili dai cilindri dei prestigiatori. Da quei giorni è diventato pane quotidiano l’attacco perentorio alla qualsiasi istituzione più responsabile nella sfida all’emergenza. Si è iniziato attaccando i titolari dei ministeri più vulnerabili, proseguendo con i membri della commissione straordinaria per il contrasto alla pandemia ed arrivando addirittura a voler mettere in discussione personalità più distanti dalla campagna di vaccinazione e dalla prevenzione al virus.

Nel frattempo l’Europa e il mondo per la gestione della pandemia hanno cominciato ad avere uno sguardo diverso riferendosi all’Italia. Se si ricorda inizialmente quello che il premier britannico Boris Johnson pensava in merito a questa tragedia, oggi si vede un atteggiamento completamente diverso. Come lui, molti altri capi di Stato e di governo più o meno scettici sul rigorismo si sono mossi. Tuttavia bisogna riconoscere che è stato un comportamento abbastanza trasversale, seppur una certa destra nel mondo abbia continuato a tenere una marcia decisamente sfavorevole.

La destra italiana infatti ha preferito dare una lettura filo Trump e filo Bolsonaro continuando un perenne attacco strumentale, politico e personale a chi ha tenuto una linea trasparente e coerente durante tutta la pandemia. Da una parte strizza l’occhio al negazionismo più becero e incosciente, mentre dall’altro si propone disponibile all’ascolto delle categorie messe più in difficoltà da questo periodo storico. Talvolta palesando una schizofrenia imbarazzante sull’apri e chiudi, non coglie la profonda crisi psicologica e umana che molte fasce della popolazione subiscono. Si pensi a tutte quelle categorie che in queste settimane si stanno avvicinando al vaccino, tema che rimane caldo nel nostro sistema sanitario che si relaziona con l’imperfetta e pasticciata autonomia e competenza delle regioni.

In questo clima Giorgia Meloni ha presentato la mozione di sfiducia contro il Ministro Roberto Speranza. Un’azione consumatasi fondamentalmente al Senato, che si è posta come emblema di chi ha lavorato per il primato della salute e della vita contro chi da mesi scherza col fuoco cavalcando il malessere di una situazione difficile. Per giungere ai due principali obiettivi della destra meloniana, si è arrivati a delirare raccolte firme decisamente assurde. Il vero tema risiede proprio nella natura delle finalità per cui gli eredi di AN hanno voluto attaccare Speranza. Certamente il primo era già quello che piaceva tanto ai due Mattei d’Italia ed è nell’instabilità politica, in cui chi ha la voce più grossa conquista. Il secondo è un ragionamento meramente politico e non è scontato sia una partita tutta interna al centrodestra e ai suoi equilibri in corso di evoluzione.

L’attacco è stato superato dalla schiacciante votazione di oggi che ha respinto la sfiducia, ma bisogna essere sinceri. Non basta essere riusciti ad accantonare Fratelli d’Italia in un angolo. Non basta nemmeno la solidarietà giusta e comprensibile di molti verso il ministro Speranza. Con più forza c’è bisogno di uno sforzo ulteriore. Ed anche per realizzare uno sforzo in più ci sarebbe bisogno di tempo, anche se ormai questa legislatura non ne ha più molto.

Fondamentalmente è indispensabile senza condannare qualche capro espiatorio dell’ultima ora proseguire con determinazione la campagna nazionale di vaccinazione. I dati giornalieri raccontano con grande franchezza i report dei tamponi, delle terapie intensive e delle vittime, ma sempre di meno si tende a parlare di quel fiore scelto come slogan che colora sempre più i suoi petali. Serve, al netto di qualsiasi critica, un impegno concreto nei confronti delle categorie più a rischio non solo nella vulnerabilità, ma nel ruolo sociale. Si pensi a chi si è battuto con costanza, durante il primo Lockdown, non dal reparto di un ospedale, ma dalle corsie di un supermercato.

Urge senza ripensamenti un aggiornamento già sperimentato e apprezzato in vari settori anche per la sanità. Urge insistere, come il ministro spesso fa, sulla prossimità dei servizi, cioè sulla vicinanza dell’ospedale o dello studio medico ai bisogni dei pazienti. Assieme a questa urgenza di digitalizzazione nella prestazione dei servizi sanitari, occorre pensare al rafforzamento della rete territoriale. È sacrosanto sentire negli anni 20 del 2000 una parola coraggiosa e intraprendente verso l’innovazione degli strumenti, ma la sanità resta comunque un tema che necessita di contatto umano e personale con il proprio medico. Serve educare dal livello elementare all’igiene e a fare prevenzione sempre. Una cultura della sanità forma società che riconoscono delle priorità concrete sui diritti universali. Altro passo che getta le basi vive nella riforma complessiva di un sistema sanitario divenuto più aziendalistco e meno concentrato sui bisogni più seri. Dentro a questo contenitore si fanno strada gli investimenti nella ricerca continua per affrontare i casi sanitari più difficili, le cronicità e i malati oncologici.

Il lavoro che dovrebbe vedere all’opera un ministro è una intera squadra non manca. Per poterlo fare servono due cose, nonostante le critiche comprensibili o meno e ai cambiamenti che la Storia decide: una bussola precisa indicata dall’articolo 32 della Costituzione e l’onestà intellettuale di chi condivide un percorso di governo, anche se da posizioni distanti. Al momento quest’ultimo sembra il passo più difficile anche per gli alleati di governo che mettono davanti ancora il proprio ego.

 

 

Alessandro Ritella