SCUOLA: Lo sciopero a distanza degli studenti!

Chi mai, nel momento in cui è iniziato il lockdown, avrebbe pensato che i maturandi avrebbero deciso di scioperare?! Scioperare dalla Didattica a Distanza (DaD).

E’ successo giovedì 21 maggio.

È girata una sorta di manifesto con le motivazioni che invitavano all’attenzione del paese. Non è mia intenzione condannare gli studenti in primo luogo perché non troppi anni fa vivevo anche io maggio e giugno dentro al trambusto degli esami e poi perché un caposaldo fondamentale da cui la società dovrà ripartire è proprio sulla scuola, agenzia formativa concreta che sappia anche ascoltare interessi ed esigenze dei giovani della mia e di generazioni successive.
Coloro che hanno mosso gli studenti delle scuole superiori hanno lamentato di non essere stati ascoltati dalla ministra dicendo che stia vedendo la situazione, ma non la considera. Constatando che, da dati ISTAT di aprile 2020, il 33,8% delle famiglie italiane non ha dispositivi validi e atti per l’accesso alla didattica digitale, ribadiscono la mancanza di garanzie nel diritto fondamentale all’istruzione.
Ancora oggi i ragazzi non vedono chiarezza sulle modalità d’esame, non trovando nelle soluzioni in sostituzione della prima e della seconda prova un’adeguata modalità di valutazione e considerando il problema dei privatisti, che non potranno sostenere l’esame a giugno. Non si fermano qui, ma, supponendo che “l’esame in presenza” non è un test di sperimentazione, affermano che le misure igienico-sanitarie non siano sufficienti e credono che sia necessaria un’autocertificazione piuttosto che avere tamponi e misurazioni della temperatura. Lamentele dal punto di vista delle tempistiche un po’ azzardate non sono mancate.

Ultimo ma non ultimo è un tema probabilmente dare legarsi ancora a una polemica datata, ma in realtà ancora troppo attuale: molte responsabilità ricadono su presidi e insegnanti.
Il tutto è partito da una pagina Instagram nomaturita2k20, che ha mosso 10 motivazioni.

Io credo che in questo frangente non dobbiamo stare a guardare che cosa succede ma piuttosto ascoltare questa voce. Concretamente ci porta dentro a problematiche che esistono per davvero nel mondo della scuola e che forse hanno ancora più valenza perché sono portate dai primi fruitori del servizio educativo e formativo.

Sull’argomento dell’esame di maturità, non è sbagliato dire che gli studenti vanno considerati come interlocutori nella discussione volta a definire le modalità d’esame. E non solo direi. In quella sorta di manifesto che invitava allo sciopero, gli studenti scrivono “Non siamo cavie. Non siamo parte di un test.” È una frase che arriva da un contesto culturale dove la scuola é letta come un luogo in cui gli studenti devono apprendere nazionalismi e modi di vivere. Soprattutto è una frase forse molto di stomaco ma che viene pronunciata come atto quasi di sfogo contro tutto il sistema scuola che vive una grande crisi sia in termini di risorse investite sia in termini di funzionalità.

La missione della scuola deve proprio avere come fulcro l’essere agenzia formativa con lo scopo di dare ai propri fruitori (gli studenti) un’educazione iniziale e sui contenuti, lasciando loro le possibilità di sviluppare la propria personale individualità.

Questa protesta é una sfaccettatura di sfogo ma che denuncia un sistema di cose che merita una riforma attenta, che dovrà essere affrontata punto per punto oltre all’emergenza.

Non sono stati solo i ragazzi ad agitarsi contro questa ministra, ma pure gli insegnanti contro i provvedimenti non hanno smesso di protestare. Sono state addossate responsabilità sui singoli e costrette le scuole ad una continua aziendalizzazione dalla concezione del preside come manager al convincimento che le proprie scuole debbano essere luoghi in cui si devono avere profitti ed educare le generazioni viene sempre dopo.

Nei fatti l’esame di maturità è un punto critico all’interno della gestione del tema scuola ed anche qui bisogna comprendere questi studenti scioperanti perché da una parte sono loro che patiscono le scelte sbagliate prima riportate oltre che alla comprensibile ansia in sede esaminatrice e poi perché non si sarebbe fatto screzio nessuno se si fosse fatta una scelta completamente rivoluzionaria per quest’anno: non tenere l’esame di stato, ma utilizzare una valutazione diversa - forse sarebbe stata molto più equa degli esterni da strapazzi - ad opera dei consigli di classe.


Alessandro Ritella