SANREMO: Il momento delle cover. Il commento alla terza serata.

Il festival della canzone italiana sta andando avanti decisamente indisturbato, ma si deve notare (senza polemica) il calo dello share e dei telespettatori sia in entrambe le parti che nella media. Dalle rilevazioni Auditel la seconda serata dell’edizione al tempo del coronavirus registra in media il 42% di share e circa 2 milioni di telespettatori in meno rispetto a quella del 2020. Probabilmente questi dati non sono figli del generale sfinimento dalla pandemia, ma piuttosto da un luogo di ascolto che sta sempre più evolvendo.

Questa sera è stata la serata della musica d’autore o, come si preferisce dire di questi tempi, delle cover, ma l’aria del palco era intrisa del ricordo a un grande maestro che oggi avrebbe compiuto 78 anni, Lucio Dalla, onorato ottimamente dalla voce delicata e dolce di Giuliano Sangiorgi e con l’intervento sensualmente corretto dei Negramaro.

Bisogna dire che questa serata, per quanto possa essere un momento di onore a grandi canzoni della musica italiana, è un momento in cui si può delineare il quadro soprattutto sui timbri vocali e le caratteristiche peculiari di ogni artista.

La prima cover è stata Prima di andare via (Neffa, 2003) cantata da Noemi e dal cantautore stesso. Personalmente è una canzone che non suggerisce molto e forse anche l’interprete conferma quanto già emergeva dalla sua esibizione.

Il secondo a salire sul palco, proponendo un successone di Jovanotti del 1994 Penso positivo, é stato Fulminacci con Valerio Lundini e Roy Paci. La voce dell’interprete è molto gradevole e ha rispettato il ritmo profondamente incalzante seppur forse non sia esattamente il suo genere.

Successivamente è stato il turno di Francesco Renga con Casadilego che hanno proposto Una ragione di più (Ornella Vanoni, 1969). Vedendoli scendere insieme sembrava un colpo eccezionale: un veterano e una novellina intonano un pezzo di un repertorio di un’epoca diversa dalla loro. Compiono una sinergia apparentemente non prevedibile.

Grazie a Peter Pichler e probabilmente alla cover assegnata, gli Extraliscio e Davide Toffolo hanno riscattato quella mancanza di disinvoltura dell’esibizione precedente. Almeno vocalmente e come grinta del timbro.

Dopo un attimo di ripresa per i cantanti e per il pubblico animato da Fiorello, é stato il momento di Fasma con Nesli e l’interpretazione di La fine (2009). Va riconosciuto che questa canzone, già piena di sensazioni nel suo, abbia un interprete assoluto: Tiziano Ferro. Tuttavia lo stile di Fasma rende onore in modo integerrimo a quel testo, tanto da compensare la parte interpretata da Nesli. Se ne avessero fatta un’altra non avrebbero reso allo stesso modo.

È arrivato il momento di Bugo con i Pinguini Tattici Nucleari, che ha sostanzialmente confermato con la cover di Un’avventura di Lucio Battisti (1969) la capacità del cantante bergamasco di salvarsi con i duetti, anche se comunque non regala emozioni.

Francesca Michielin e Fedez con il medley E allora felicità (unione di diversi pezzi celebri nella cultura musicale degli anni ‘80 e ‘90 e 2015) rendono di più nella scena e nella interpretazione della coppia che nell’esibizione canora. È stata insomma più forma meno sostanza.

Dopo un duetto, ha calcato in smartsinging Irama che, con Cirano (Francesco Guccini, 1996), ha confermato una voce fantastica, presentandosi con uno stile addetto, seppur in salsa moderna, alla canzone. Ciononostante, per quanto riguarda il suo pezzo scelto per il Festival ha avuto occasioni migliori.

I Måneskin si sono presentati assieme a Manuel Agnelli con Amandoti di CCCP, gruppo per il 1990 ribelle, confermando la loro capacità di essere forti e ribelli nel marcare e invadere bene il palco.

Il turno di Random in combutta con The Kolors non colpisce nel segno. L’artista è sicuramente un ragazzo fortunato come la cover che ha interpretato, ma forse non è il Sanremo giusto.

Il rapper Willie Peyote, seppur fosse in buona compagnia trattandosi di musica leggera, non convince pienamente. Il suo genere indiscusso rimane il rap e l’esperimento rimane tale, anche se tentato.

Al cameo sensibilizzatore sul tema della sclerosi multipla, i cui malati non vanno mai dimenticati, firmato Antonella Ferrari è seguita l’interpretazione stupenda di Orietta Berti con Le Deva del celeberrimo pezzo di Sergio Endrigo Io che amo solo te (1962). Non ha ceduto un millimetro sulla potenza vocale dimostrata e non è scesa troppo nel romanticismo malinconico che la canzone porta naturalmente.

L’esibizione di Gio Evan assieme al coro di The Voice Senior è stata su Gli anni (883, 1995) e ha dimostrato una prevalenza della voce di questi ultimi sull’artista in gara.

Ghemon è stato elevato dalla compagnia dei Neri per caso che a Sanremo trovarono la loro fortuna, ma anche la musica d’autore occorre per dare un’opportunità ai concorrenti.

Prima della cover successiva, è giunto un momento spartiacque per Ibra (si spera) grazie all’ingresso di un suo caro amico allenatore, Siniša Mihajilović. Evidentemente quest’occasione per lui è stata un momento di liberazione non tanto perché oggi il calcio è compromesso data l’assenza dei tifosi durante i match, ma visto il tormento fisico che ha subito. I sorrisi di Siniša illuminavano enormemente l’Ariston quasi meglio dei riflettori, che si sono chiusi diventando gli Abbadeus in Io vagabondo.

Ha chiuso la prima parte della serata la Rappresentante di lista assieme a Donatella Rettore con il celebre Splendido splendente (1979), presentandosi con un alto livello vocale e arrancando un pelino sulla coreografia.

Aprono la seconda parte Arisa e Michele Bravi, giovane partecipante di X-Factor, interpretando Quando del compianto Pino Daniele (1991) con un languore eccessivo.

Dopo l’appello all’attenzione al tema disabilità con la partecipazione di Donato Grande e la nuova geniale e non volgare creazione di Achille Lauro con Emma Marrone e Monica Guerritore, Penelope, è salita sul palco Madame con la cover di Prisencolinesinanciusol del mitico Molleggiato (1972), che eccelle più per la rappresentazione scenica e recitativa che per altro.

Il loro era l’attimo più atteso e forse che meglio di tutti doveva spiegare il messaggio per stasera: la vicinanza ai lavoratori dello spettacolo. Lo Stato Sociale assieme proprio a questi ultimi, nell’esibizione di Non è per sempre di Afterhours (1999), conservano il collettivismo, addirittura allargandolo, ed escludendo l’eccellere di un elemento. Eseguono non fomentando la polemica, ma esprimendo correttamente la sensibilizzazione che va riservata a quella categoria.

L’esibizione di La musica è finita (Ornella Vanoni, 1967) eseguita da Annalisa, accompagnata da Federico Poggipollini, è risultata troppo audace per l’eccessivo bisogno di presentare sé stessa. Anche tecnicamente ci sono stati momenti in cui la musica ha addirittura sovrastato la voce.

Il celebre Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco (1962) cantato da Gaia e Louis and The Yakuza emozione per la portata delle parole e della notorietà, ma nell’interpretazione proposta non stupisce.

Anche Colapesce e Dimartino non convincono completamente nell’esecuzione di Povera patria (Franco Battiato, 1991). In questo caso si sono lasciati andare a troppa sensualità per un testo che con quello stile fatica un po’.

Nel caso di Coma_Cose in Il mio canto libero (Lucio Battisti, 1972) si conferma una eccezionale sinergia tra i due, ma è meglio rimanere nel proprio tempo.

Stasera Malika Ayane, probabilmente complice la melodiosità specifica di Insieme a te non ci sto più (Caterina Caselli, 1968), è apparsa più spenta rispetto ai suoi standard.

Max Gazzè, nell’interpretazione del pezzo a lui assegnato, è riuscito a sfruttare bene lo spazio, anche se non è lui se non è inserito nella sua scena pittoresca.

Caruso di Lucio Dalla (1986), se fosse stato mal eseguito, stasera sarebbe stato fatale per il cantante che avrebbe dovuto eseguirlo. Ermal Meta si era preparato come si preparerebbe qualcuno di fronte a una prova difficile e si è difeso bene.

A chiudere la serata della canzone d’autore è stato Aiello assieme a Vegas Jones, che ha proposto Gianna di Rino Gaetano (1978). Bisogna ammettere che la sua è una bella voce, ma quel pezzo non lo ha portato al decollo che meritava.

La classifica conclusiva ha riportato con giustizia la situazione anche se ancora una volta sopravvaluta qualche artista. Ieri sera è uscita concluse le prime due serate una prima top ten, che non sembra essere timida. Da quella già a grandi linee si può comprendere quali saranno gli artisti papabili per la vittoria.

Dalla terza serata pochi messaggi. Il primo lo lascia Francesca Michielin. Finalmente ha dato uno smacco a un perbenismo stilistico della Kermesse che ha un po’ stancato. I famosi fiori regalati sempre e solo alle donne - e forse anche per troppa sdolcinatezza - sono stati consegnati a Fedez, dopo un preciso richiamo della Michielin, garbato ma deciso. A lei forse un ringraziamento non di programma spetta tant’è che Fiorello, successivamente, li ha consegnati a Mihajilović. Oggi si è avvertita certamente la presenza più marcata di un argomento non secondario in particolare in questo periodo difficile, il teatro. Senz’altro la pandemia tra le sue vittime ha stangato la cultura, ma è proprio il compito della Kermesse provare a dare alle étoilés un attimo di brillantezza. L’appello più bello ed efficace è stato rivolto proprio da uno dei gruppi in gara. Soprattutto ieri sera un filone ricorrente nei vari interventi degli ospiti invitati pareva essere la lotta alla solitudine, vista come una piaga che il COVID indistintamente sta riservando a tutti.

Ma certo la risposta non arriva solo dal palco della 71ª edizione del festival della canzone italiana.

 

Alessandro Ritella