SANREMO: Il festival al tempo del Covid. Il commento alla prima serata.

Inizia il Festival più strano della storia. Siamo arrivati alla settantunesima edizione ed e probabilmente quella che ricorderemo con più memoria di sempre. È la prima in cui non c’è il pubblico nell’Ariston. È la prima in cui il ruolo della musica e dell’arte viene ricercato con una trepidazione simile solo a chi cerca l’acqua nel deserto. È quella che si candida ad essere il primo segnale di resilienza di fronte al Coronavirus e di volontà di reazione entusiasmante e incoraggiata. Nell’accompagnare le serate fino alla fine questo commento non presenterà delle pagelle vere e proprie, ma piuttosto alcuni spunti di opinione.

Anzitutto l’immagine di Diodato, vincitore della settantesima edizione, con Fiorello e Amadeus è stata l’ultima foto felice non solo di quell’edizione tonda tonda, ma di tutta l’Italia, che si sarebbe ritrovata a cantare soltanto dai balconi durante i mesi più duri e avrebbe conosciuto una convivialità inedita laddove non fosse completamente annullata.

La serata di ieri si è introdotta come forse già conoscevamo.

Partendo dalla conduzione si può vedere un duo più ilare che comico: Amadeus, direttore artistico, rappresentante dell’istituzionalità di questo evento che si concede alla comicità irriverente e genuina di Fiorello che arricchisce il Festival.

Si sono avvicendati i primi quattro cantanti dalle Nuove Proposte, tutti con differenze marcate nella voce e nella melodiosità e nella struttura delle loro canzoni. Tuttavia le giurie hanno comunque reso giustizia alle due canzoni più meritevoli e adatte all’onore del palco, ovvero quelle di Gaudiano e Folcast.

E, dopo il momento amarcord della vittoria di Diodato, sono arrivati i Big, alternati dagli ospiti fissi e d’occasione. Inaugura i canti Arisa, che si ripropone più composita nello stile ma non innovativa dalle emozioni della sua Potevi fare di più.

Segue l’arrivo di Matilda De Angelis che, anche più tardi nella serata con una lezione sul bacio, si rivelerà la vera freschezza in mezzo alle colonne dell’Ariston e di ciò che passa per quel palcoscenico.

Entra la prima coppia: sono Colapesce e Dimartino, che, nonostante l’inesperienza, hanno segnato il punto coinvolgendo bene. Quando una canzone colpisce con evidenza, vuol dire che è riuscita con il testo e la melodiosità a coinvolgere anche l’ascoltatore.

A loro è seguito il momento di uno degli ospiti fissi che Sanremo avrà l’onere di accogliere, Zlatan Ibrahimovic. In questo commento e nei successivi si cercherà il più possibile di essere sportivamente imparziali, ma non è possibile non sottolineare come manchi totalmente nel campione milanista la caratteristica del Joker comico di cui probabilmente Amadeus necessitava. Dunque a chi si chiedeva se Sanremo sarebbe diventato Zanremo la risposta è semplice ed è che Sanremo rimane uno e non modellabile ai fenomeni.

È stato il turno di Aiello, che si è rivelato particolarmente interessante attaccando piano e lento e disinibendosi con spigliatezza successivamente.

È salita sul palco una infermiera Alessia Bonari, utile per raccogliere la testimonianza del festival durante il Coronavirus, momento giusto di utilizzo della televisione come sensibilizzatrice nei confronti dell’audience.

La musica però rimane la protagonista ed è stato il momento di una coppia nota per Magnifico, Francesca Michielin e Fedez, che si sono distinti con Chiamami per nome probabilmente di più per la scenografia sinergica del duetto che non per il messaggio della canzone, nonostante la musicalità fosse coinvolgente al punto giusto.

Dopo di loro, il palco è stato dominato con uno spazio non meramente di costume a Loredana Bertè, spezzando la riluttanza ed il Bel Stile tipico del Festival. Non vuole questo essere un giudizio negativo, ma piuttosto accorgersi di come la partecipazione di questo volto si confermi la soluzione in salsa Amadeus per evitare l’eleganza esagerata.

La gara è proseguita con Il farmacista di Max Gazzè e la Trifluoperazina Monstery Band in una scenografia pittoresca tipica del famoso cantante. Si presenta come un pezzo decisamente intriso di personalità e sarebbe stato quasi inascoltabile se non ci fosse stata un’interpretazione di quel genere.

A lui sono seguite nuove promesse, Noemi, questa in sostituzione di Irama (a causa della positività al Covid di un collaboratore), e Madame, distinte per l’originalità della persona che per altro. 

Zitti e buoni di Måneskin ha aperto la seconda parte con decisione e svegliando con grinta e positivamente il pubblico ancora davanti al televisore.

Lo ha seguito Ghemon tenendo testa a chi lo ha preceduto, ma non con la stessa potenza.

Dopo un ricordo dedicato al compianto Claudio Coccoluto e un nuovo momento Amarcord di Fiorello e della De Angelis alla leggendaria Ti lascerò del 1989, è stato il turno dello stile inconfondibile di Coma_Cose, che ha regalato con Fiamme negli occhi un duetto semplice ma corretto, e della potenza vocale di Annalisa, che nel corso di queste edizioni è maturata, complice la grinta mai persa negli anni.

Gli ultimi due a esibirsi in questa prima sono stati Francesco Renga, che, con la sua Quando trovo te, azzecca lo schema dal piano e leggero al più acuito e disinvolto, e Fasma, che rappresenta il segno dei tempi sul palco dell’Ariston con Parlami. Quella sanremese appare un’esperienza adeguata di coinvolgimento largo delle sensibilità musicali che compongono il panorama italiano.

In merito alla conduzione si riscontrano due aspetti particolari. Il primo è l’assenza di politica e la presenza di messaggi sensibilizzatori che colpiscono nel segno. Uno di questi è stato lasciato da Loredana Bertè sia nella scelta di indossare le scarpe rosse sia dell’affermazione subito successiva “al primo schiaffo la cosa da fare è una: denunciare”. Un altro è stato in merito alla vicenda di Patrick Zaki, ancora prigioniero in Egitto e vittima di una agonia lunga. Il secondo è forse una nota che stona un po’ troppo riguarda l’eccesso di contatto con gli oggetti. È giusto far passare il messaggio che questo è un festival irrituale, ma comunque dovrebbe esserci un canone televisivo che non sia esageratamente carico di attenzioni. Il festival rimane allo stesso modo un esempio di manifestazione con tutte le misure di sicurezza utile anche per sensibilizzare sul tema dei vaccini e sulla responsabilità da conservare.

Insomma la data del 2 marzo è l’inizio di un evento storico, è il modo per evadere dalla nostra condizione di malattia sanitaria e di emergenza sociale ed economica. Dunque buona la prima!


Alessandro Ritella