RUBRICA: L'epidemia al tempo dei sensi di colpa

Esiste una sensazione che pervade un’età della vita. Negli ultimi anni sembra che non ci si riesca a scrollare di dosso neppure quando quel certo periodo è passato. Psicologicamente siamo spesso in preda al fatto di avere una colpa, di essere responsabili di un male, di quanto di più negativo possa essere successo. Anche adesso, anzi forse proprio perché viviamo questa difficile situazione, la sensazione della colpa si è ingigantita.

Credo sia utile distinguere i livelli in cui attualmente la colpa sta giocando. Da una parte c’è la colpa intesa come ricerca del capro espiatorio da condannare. Speravo tanto che non arrivasse da nessuna voce affermazioni del tipo “il CoronaVirus è una punizione divina contro l’omosessualità” eppure il ministro della sanità israeliano Yaakov Litzman l’ha detto. Tra l’altro lo stesso ha fatto dal mio punto di vista uno scivolone imbarazzante visto che assieme a sua moglie è risultato positivo perché non ha rispettato le norme imposte dal ministero di sua diretta competenza e poi perché con un’affermazione del genere non credo che non abbia nulla da nascondere. Al netto del virus, la nostra civiltà - che a volte si fa fatica a definire tale - è spesso e volentieri persuasa nel ricercare anche con una discreta attenzione il capro espiatorio per l’occorrenza, quello giusto, quello che merita di essere incolpato perché ci sono dei problemi con soluzioni difficili oppure con soluzioni che richiedono del tempo e forse qualche sacrificio di troppo.

Dall’altro lato la colpa viene intesa come responsabilità per la propria condizione di vita, per esempio l’essere anziani o non avere avuto il successo meritato. Non a caso gli alberi rumorosi che cadono nella foresta pandemia sono i dati sugli anziani che non ce la fanno o che comunque sono più a rischio contagio.

Entrambe le condizioni che ho citato prima arrivano dall’idea che ci è stata imposta dalla società capitalista e globalizzata, quella che piace tanto agli strapazzi che oggi ne pagano le conseguenze più alte: se non sei produttivo ed efficiente sei schiacciato dal corso della realtà e devi rimanere indietro; non voglio riesumare le teorie darwiniane, però dobbiamo essere coscienti che i presupposti a cui l’idea del mercato sopra lo Stato ci ha portato.

Nel caso degli anziani c’è un ulteriore aggravante: il Sistema paga ancora la loro pensione e, seppur sia ancora giovane, sono irritato da chi diffonde il pensiero che questo motivi la sottrazione di risorse destinate alle nuove generazioni, a cui viene continuamente raccontata quella narrazione che i senior o rubano loro le opportunità o sono ancora assettati e affezionati a un potere che non vogliono mollare. Non sto ad indagare su altri stadi della colpa, ma piuttosto cerco molto modestamente di infondere la speranza di un’altra tendenza. La colpa dell’arrivo di un virus non è di nessuno, la colpa se il virus non è stato intercettato in tempo e si dimostra essere il più silenzioso mai conosciuto nemmeno, ma piuttosto dovremmo provare a interrogarci su come il nostro contributo può essere utile a motivare tutti. Forse la favoletta #AndràTuttoBene non serve più ora oppure, se proprio ne vogliamo ancora parlare, facciamolo con interlocutori fra i tre e i sette anni di età anagrafica, però la motivazione in controtendenza alla colpa passa attraverso molti più filtri.


Alessandro Ritella