Rubrica JOB TIPS: la trasformazione del mondo del lavoro.

Soft Skills, Crowd-Employement e Smart Working. Queste sono solo alcune delle tendenze che caratterizzano i nuovi paradigmi del lavoro, e chi di noi non ne ha mai sentito parlare? In ogni caso, è importante essere tutti consapevoli del fatto che il mondo del lavoro è cambiato, a seguito di una progressiva internazionalizzazione delle economie, delle crisi occupazionali, delle nuove tecnologie 4.0 e delle nuove forme contrattuali. Risultato? Nelle nuove aziende la fatica fisica e il lavoro manuale si riducono, a fronte di un incremento di pressione e di stress, per sostenere una maggiore autonomia e libertà creativa all’interno di un contesto lavorativo fortemente instabile. Da quanto affermato, si può intuire che assistiamo a un maggiore protagonismo e coinvolgimento dei singoli, a scapito del collettivismo che caratterizzava il lavoro degli scorsi decenni.

Se diamo uno sguardo al passato, osserviamo che la concezione moderna di lavoro si afferma con il Rinascimento, ma è solo con la rivoluzione industriale e capitalistica che esso diventa il fulcro del sistema sociale. In questo contesto nascono i capitalisti e i lavoratori, principalmente operai che svolgono attività ripetitive, ma che finalmente vengono considerati “figure sociali”, coinvolte nello scambio economico e nella ripartizione del “valore” realizzato.
La mancanza di originalità e di autonomia ha caratterizzato anche l’identikit dell’operaio fordista, dedito al mero svolgimento di attività monotone e sequenziali. Queste dinamiche hanno delineato i paradigmi economici del Novecento, costituiti da processi produttivi statici e massificati secondo logiche gerarchiche.

Oggi, il rapporto di lavoro subordinato e standardizzato, l’ormai chimerico "contratto a tempo indeterminato", è stato affiancato da processi di esternalizzazione produttiva e da collaborazioni professionali innovative e di breve durata. Per tali ragioni, è evidente come stiano emergendo ruoli sempre più personalizzati ed strettamente correlati alle competenze individuali. È così che le singole risorse assumono una connotazione strategica nelle dinamiche aziendali, evolvendosi mediante un costante processo di apprendimento relazionale e professionale all'interno di uno scenario innovativo. Questo non è costituito solo da colossi multinazionali, ma anche da giovani start-up, delle vere e proprie learning organization. In contesti come questi ci si reinventa e si favorisce lo sviluppo di capacità intellettuali, fondamentale per apportare ai processi produttivi un valore aggiunto, che solo il singolo può generare. Le tue caratteristiche, personali e tecniche, non appartengono a nessun altro. Oggi, nessuno vuole rendersi sostituibile. Queste logiche evidenziano che il nucleo del sistema produttivo è rappresentato dalla persona del lavoratore, che consolida la propria dignità e la piena affermazione di sé esercitando la propria professione, sempre meno legata a orari e luoghi di lavoro, come prevede lo smart working. Il lavoro agile è una delle più recenti modalità organizzative, volta al raggiungimento degli obiettivi lavorativi mediante flessibilità, autonomia e collaborazione del lavoratore, che, secondo gli studi, consente di incrementare la produttività del 15% e di ridurre del 20% il tasso di assenteismo in ufficio. Se osserviamo queste nuove dinamiche, la natura mutevole del quadro lavorativo, a livello nazionale e globale, non può essere cristallizzata in logiche inalterabili nel tempo. A questo proposito, comprendiamo che la necessità di reagire a queste trasformazioni impone alle istituzioni e alle aziende di essere pronte, in materia di lavoro, formazione e welfare. Nonostante le prime iniziative avviate, il legislatore italiano appare ancora incapace di intuire e interpretare i nuovi modelli di produzione e impresa. Occorre regolamentare questa realtà per cogliere le opportunità di cambiamento, come tentato già con il “Jobs Act" e il "Decreto Dignità", con la normativa a sostegno dell'auto-imprenditorialità, con le tutele dei lavoratori autonomi e delle recenti modalità di prestazione lavorativa.

È sufficiente questo? Sono stati percorsi dei tracciati segnati da una tradizione industriale, che nega le forme moderne del lavoro attuale e futuro. Ciò che manca è una visione che si muove in una dimensione in evoluzione, superando dinamiche ormai datate e inadeguate. Il nostro Paese ha urgente necessità di iniziative orientate all'inclusione sociale, con un occhio volto alle tendenze demografiche, ai flussi migratori, all'occupazione giovanile e femminile, alla previdenza sociale e alla digitalizzazione. Per quanto si siano aperte nuove opportunità di realizzazione professionale, è necessario continuare a rispondere a nuove esigenze “generazionali”, tra cui la volontà di conciliare vita personale e lavoro in maniera più autonoma. Mansioni e forme professionali innovative, come il co-working e il crowd-employement, e le riforme introdotte dal Governo, attraverso il Jobs Act e la Legge Stabilità 2020, sono volte a connettere le necessità e le aspettative dei lavoratori con le nuove esigenze produttive. Gli attori del sistema, quali istituzioni, imprese, organizzazioni di categoria e i singoli individui devono essere pronti a cogliere nei cambiamenti tecnologici un’opportunità per la qualità della vita dei lavoratori. È così che riconosciamo come obiettivo sociale la creazione di un ecosistema lavoro dinamico e che garantisca l’inserimento nella società contemporanea internazionale. La mancanza di una strategia ben definita potrebbe determinare conseguenze negative, tra cui la disoccupazione tecnologica e giovanile, il mismatch tra competenze richieste e quelle possedute dagli individui ed una marcata marginalizzazione dell’Italia nello scenario economico globale.

Cosa si può (deve) fare per il nostro futuro? L’obiettivo è quello di colmare il gap tra chi ha già affrontato la sfida dell’innovazione e chi ha finora sottovalutato l’importanza dello sviluppo tecnologico. Tra le priorità dobbiamo considerare l’innovazione e la cultura del digitale: le aziende reattive alla Digital Economy sono più competitive e produttive, accedono a nuovi mercati e di conseguenza favoriscono il turnover occupazionale. Inoltre, le nuove dimensioni imprenditoriali devono supportare il cambiamento attraverso strumenti innovativi di apprendimento continuo, volti a sviluppare le competenze hard, quindi tecniche, e quelle soft, personali e caratteriali, fondamentali per il lavoro del futuro. Basti pensare che, secondo il World Economic Forum, ogni dipendente dovrà dedicare mediamente 101 giorni all'aggiornamento delle proprie skills nell’arco dei prossimi tre anni. È in questo scenario che il lavoratore del futuro deve inserirsi, dimostrando un’elevata flessibilità, creatività e intelligenza emotiva, tali da poter tracciare percorsi alternativi agli schemi burocratici attuali. Dovremo essere in grado di valorizzare le competenze uniche e insostituibili del capitale umano, sostenendo politiche economiche e previdenziali volte garantire la tutela culturale e sociale.

Ora tutti noi ci troviamo in una fase di metamorfosi, consapevoli di ciò che il passato ci ha presentato ma non totalmente preparati a ciò che il futuro ci prospetta. 
Una cosa è certa: il lavoro 4.0 è un’opportunità che dovremo essere in grado di cogliere.


Roberta Esposito