REGIONALI: 3-3, palla al centro

I risultati che arrivano dalle urne venete, liguri, pugliesi, campane, toscane e marchigiane di domenica 20 e lunedì 21 sono sintetizzabili con questa metafora in prestito dal mondo calcistico. Anche in questo caso si può parlare, come all’indomani delle elezioni in Calabria e in Emilia Romagna, di una partita finita alla pari tra centrodestra e centro-sinistra. Anche in questo caso si può evidenziare che il sistema si è ristabilizzato attorno a un bipolarismo, che non può non prescindere da presupposti ideologici. Anche in questo caso si deve riconoscere che è importante come le forze politiche, al di là del patrimonio ideologico, si impegnano territorialmente nell’amministrazione dei territori. Anche in questo caso gli illustri sconfitti hanno la coda bassa e, come sempre, erano quelli con la voce più sonora delle vuvuzela.

Questa volta però si aggiungevano anche due costanti: una era la scheda verde del Referendum, che ha lasciato un’altra conferma al campo progressista, e l’altra era l’emergenza sanitaria, che è stata sfondo sia delle giornate di voto sia di tutta la campagna elettorale.

Sulla prima costante si può dire che, nonostante che sia stato un voto ricco di molto rumore per poco, c’era comunque un filo rosso. Si pensi già soltanto al tema che riguarda la revisione del rapporto Stato-regioni e della rappresentanza territoriale che è un problema nel parlamento italiano da non poco tempo. Si pensi a un obiettivo difficile da raggiungere, ma che dovrebbe cominciare a segnare un punto nell’agenda per le riforme istituzionali: una riforma organica nell’ordinamento dello Stato, che riguardi soprattutto il tema dell’attribuzione dei poteri centrale e decentrato e la ridefinizione dei livelli.

Sulla seconda costante invece servono alcuni dati di analisi. È evidente che in alcune regioni ci sono state influenze nel consenso ai presidenti di regione uscenti in merito alla gestione dell’emergenza CoronaVirus; un esempio lampante è la Campania, in cui il candidato del centro sinistra Vincenzo de Luca è emerso tra gli altri, oppure il caso della Puglia di Michele Emiliano, che, durante questo periodo faticoso, è riuscito a ottenere l’uscita di quella regione dal piano di rientro nella sanità.

È chiaro che accanto a questa situazione ci sia altro. Anche in questa tornata elettorale le urne hanno premiato il buon governo territoriale e hanno valutato i movimenti politici nazionali in modo diverso. Se si pensa al caso del Veneto di Luca Zaia, si può evidenziare non solo una larga vittoria personale del candidato presidente, ma pure un consenso a un leader territoriale visto come una persona capace al di là del colore che rappresenta. Infatti non è casuale che la lista regionale facente capo al candidato presidente abbia doppiato il partito di cui fa parte. E non è nemmeno casuale il fatto che oggi i media lo indichino nella posizione di concorrente a Matteo Salvini nella leadership della Lega.

È giusto anche ammettere che a premiare il buon governo territoriale non c’è solo stata la gestione dell’emergenza sanitaria, ma un programma più ampio. Si pensi al caso ligure, in cui il presidente uscente Giovanni Toti ha gestito in maniera piuttosto scadente il Covid, però è riuscito a governare la sua regione intestando a sè stesso risultati attesi dai suoi cittadini, come il ponte di Genova San Giorgio. Dalle urne escono ancora due dati politici. 

Uno riguarda la valutazione negativa dei cittadini all’amministrazione uscente ed é il caso delle Marche, che da regione rossa è passata in mano al centrodestra nella persona del candidato di Fratelli d’Italia. in questo caso non si può parlare di un’ondata di destra nel paese perché è smentito dai dati generali, ma piuttosto di una gestione sbagliata della situazione sanitaria e soprattutto della fase post-terremoto che ha colpito alcune zone di quella regione. Il secondo dato politico riguarda un aspetto che colpisce il centrodestra, che non coglie che non serve parlare di espugnare delle roccaforti, ma sarebbe più utile lasciare lo spazio a chi dovrà governare il proprio territorio. In questo il caso toscano è simile a quello dell’Emilia Romagna. Anche qui non è soltanto un tema di appartenenza storica di un certo territorio ma di radicamento e di impegno concreto di una forza politica. In definitiva da queste elezioni regionali - dalle quali bisognerebbe sempre ricordare l’aspetto di territorialità ininfluente rispetto agli equilibri nazionali - la partita si è chiusa con una parità attorno ai due poli entro cui la politica si gioca e si deve giocare. Dai territori arriva l’impulso perché una forza politica è credibile e può spendere energie e risorse, ma allo stato delle cose ciò che è fondamentale è la risposta che si propone alla domanda del popolo.

Sulle manovre strategiche e sui giochi particolari esercitati da qualcuno occorre spiegare questa lezione. Ai cittadini poco importa se qualcuno non ha sostenuto qualcun altro in tempi non sospetti, ma serve un impegno specifico soprattutto se si è di fronte a un autunno che potrebbe vedere il rischio di una seconda ondata di contagi e l’esplosione di tensioni sociali da chi, nonostante che si sia recuperata una nuova credibilità internazionale e si abbiano risorse per investimenti precisi, zoppica più di prima.

 

Alessandro Ritella