REFERENDUM: Le ragioni del No

L’inizio di settembre quest’anno è molto particolare, dapprima per le ragioni di inizio del nuovo anno scolastico, già molto particolare in sé e quest’anno amplificato per il tema della sicurezza e della prevenzione, e poi per la vicenda politica riguardante le elezioni amministrative in molti comuni, regionali in sette zone d’Italia e il referendum nazionale.

Il dibattito sul referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari è arrivato al momento della verità, che si può intendere sia come conclusione di un periodo di attesa lungo da un anno sia nella lettura sociale della militanza politica e nel senso di occuparsi della cosa pubblica. Soprattutto l’aspetto che dà il senso del traguardo risiede proprio nella fine di confronti/scontri interni che rischiano di dividere le basi politiche sul tema.

Per questo motivo si è inteso necessario dare voce alle ragioni di entrambe le parti partendo da un presupposto fondamentale. Si può affermare che la riduzione del numero dei parlamentari sia uno dei carburanti che muove l’antipolitica da lungo tempo e che oggi smuova da destra a sinistra, da chi è impegnato e da chi meno in una logica incoerente e talvolta banalizzatrice delle materie costituzionali.

Altra Voce ha deciso, partendo da una posizione critica sulla riforma più accentratrice, maggioritaria e apripista della coalizione del sistema contro quella dell’antisistema - la Riforma Boschi del 2016 in cui ha prevalso il No con il 60% -, di ascoltare sia le ragioni di chi oggi sostiene il Si sia quelle di chi si è schierato sul No alla legge approvata quasi all’unanimità in Parlamento il 7 ottobre di un anno fa. Ilenia Massa Pinto, docente ordinaria di Diritto Costituzionale all’Università di Torino, ci ha spiegato le ragioni del suo voto convinto per il No.

Una riformetta, si direbbe a prima vista: poche parole per modificare solo dei numeri, i numeri dei membri della Camera dei deputati (400 anziché 630) e del Senato della Repubblica (200 anziché 315). Con il referendum i cittadini sono chiamati a opporsi (NO) o a confermare (Si’) tale modifica.

La natura propria dello strumento referendario costringe sempre a un livello estremo di riduzionismo: sì o no, di qua o di là, prendere o lasciare. Ma l’imminente referendum costituzionale pone i cittadini in una posizione doppiamente drammatica, perché non riduce la posta in gioco a due principî opposti rispetto ai quali ci si deve schierare, ma propone un’alternativa secca apparentemente al servizio di un medesimo principio: la rappresentanza politica, che sta alla base di tutto l’edificio costituzionale, è meglio servita da un NO, quale suo atto di difesa disperata che supera la presa d’atto che l’organo che la (dovrebbe) esercita(re) è ormai (selezionato da) partiti che costituiscono solo più una massa parassitaria che persegue interessi particolaristici, oppure da un SI’, quale suo atto di condanna esemplare con cui quella massa parassitaria deve essere travolta proprio perché non più in grado di svolgere la funzione rappresentativa? Questo è il vero dilemma. Tutti gli altri argomenti tecnici che ruotano intorno al futuro funzionamento delle Camere eventualmente ridotte nella loro composizione, non sono risolutivi.

Perché allora preferire il NO quale atto di difesa disperata del Parlamento? Perché questa riforma si colloca lungo una linea ultradecennale di tentativi di mortificazione del ruolo del Parlamento, quale organo della rappresentanza politica, nella convinzione che il popolo virtuoso (sic!) sappia e possa fare da sé. Ma cosa significa “rappresentare”? “Rappresentare” politicamente una società non vuol dire rispecchiare quella società come un qualcosa che c’è già (e tanto meno essere “portavoce” di una massa di individui isolati o di gruppi particolari). Vuol dire, invece, fare esistere una società che non c’è ancora, ma che, in questo suo farsi, rivolto a un futuro indicato dal Rappresentante stesso, diventa una realtà dinamica e attuale: che c’è. Vuol dire rendere presente, visibile, concretamente tangibile, credibile (come un attore “rappresenta” in carne e ossa un personaggio sul palcoscenico), a colui che si vuole rappresentare, una proposta sul senso della sua vita e sulla via per risolvere i suoi problemi. A fronte dei grandi conflitti che attraversano le nostre società abbiamo bisogno di un forte Rappresentante che proponga modelli di convivenza perseguibili.

Questa riforma è l’ennesima umiliazione di questa idea. Con il SI’ diciamo: possiamo fare a meno dei Rappresentanti. Con il NO diciamo: voi non ne siete degni, ma della vostra funzione non possiamo fare a meno.

Alessandro Ritella

7 set 2020