OMICIDIO: Quando è lo Stato ad uccidere!

Sono passati 19 anni da quando, in Piazza Alimonda, lo Stato Italiano ha deciso di interrompere la vita di un ragazzo di soli 23 anni sparandogli in testa e passandoci sopra con una camionetta. Si chiamava Carlo Giuliani mentre il suo assassino si chiamava "Stato" o, ancor meglio, "Arma dei Carabinieri".

Era il 20 luglio del 2001 e a Genova si stava svolgendo il G8, il summit dei Capi di Stato organizzato dal governo Berlusconi in una città che non avrebbe mai dovuto e potuto gestire in maniera adeguata un evento di tale importanza e di tale rischio.
Tutti sapevano che durante quelle giornate si sarebbero riversate in piazza centinaia di migliaia di manifestanti e Genova, per chi la conosce, è una città fatta di vicoletti e strade strette, spesso chiuse, che non danno la possibilità di gestire l'ordine pubblico in maniera adeguata.
Perché organizzarla proprio a Genova? Perché gestire l'ordine pubblico nel modo così sbagliato? Perché mettere al vertice del controllo gente incompetente?

La strategia era chiara. Era quella della PAURA. Dobbiamo riuscire a spaventare i manifestanti con un evento eclatante sperando che poi, dopo, avrebbero smesso di protestare. Forse non si voleva arrivare ad ucciderne uno. O forse si. Il Summit tedesco di qualche anno prima aveva insegnato ai nostri "Capi" come fare.
Si è iniziato subito: manganelli su gente inerme, donne, ragazze, ragazzini, giornalisti, anziani picchiati a sangue, calpestati, presi a calci, per provare a intimidire gli altri. "Spaventarne uno per spaventarne cento" per riprendere un pochino il motto cinese "colpirne uno per educarne cento". Ovviamente sempre concentrandosi sui manifestanti pacifici lasciando quelli violenti fare quello che volevano senza preoccupazioni.
Poi si è passati alla strategia dell'infiltrazione: centinaia di uomini delle Forze dell'Ordine si sono infiltrati tra i manifestanti per creare disordine e per istigare. 
Vedendo che nonostante i litri di sangue e le centinaia di ossa rotte non erano bastate a far rimanere la gente a casa, sono passati alla maniere forti: come? Semplice, creiamo una situazione di completo disordine, facciamo finta che una delle nostre camionette sia in difficoltà, facciamoci prendere d'assalto dai manifestanti e spariamo in testa ad uno di loro. Poi ci passiamo sopra due volte, gli spacchiamo la testa con un sasso e diamo la colpa a un manifestante sostenendo che, lanciando quella pietra, l'aveva ucciso lui.
Tutto documentato dalle riprese.
Tutto in Italia, tutto nel 2001. Davanti agli occhi dell'opinione pubblica che, a quel punto, non sapeva più con chi stare.
Avevamo anche noi, ufficialmente, la nostra Piazza Tienanmen.


Dopo 19 anni, la famiglia di Carlo non ha ancora ottenuto giustizia. Dopo 19 anni siamo ancora a fare la lotta tra chi applaude i Carabinieri responsabili di massacri come quelli di Cucchi, di Aldovrandi, di Giuliani e di molte altre vittime di uno Stato che non è ancora in grado di gestire le proprie Forze dell'Ordine.
La Polizia di Stato, i Carabinieri non sono tutti uguali: ci sono migliaia di persone che ogni giorno fanno questo mestiere per scelta, in maniera impeccabile. Ma rimane inaccettabile il silenzio davanti ad eventi come questi.
In un Paese civile, in Europa, nel XXI secolo non si può morire nelle mani dello Stato. Non si può morire per mano di un gruppo di persone che dovrebbero essere lì per garantire l'ordine.
Non si può avere paura di quelli che dovrebbero farci sentire tranquilli.

Genova brucia ancora, dopo 19 anni. Genova aspetta, come aspettiamo tutti, giustizia per Carlo Giuliani. Un ragazzo, come tanti, che ha avuto il coraggio di lottare per la giustizia sociale!

Ciao ragazzo, ti abbiamo voluto bene e lotteremo per sempre perché il tuo nome venga rispettato e perché venga fatta giustizia per te e per tutte le vittime di quell'infame G8 del 2001.

Un abbraccio anche a tutte le vittime di pestaggi, di intimidazioni, alle vittime della scuola Diaz, ai giornalisti picchiati e torturati gratuitamente, alle ragazze stuprate ed umiliate nella caserma di Bolzaneto mentre i carnefici cantavano "123 viva viva Pinochet, 456 fossi in te non parlerei, 789 il negretto non commuove".

CARLO VIVE E LOTTA INSIEME A NOI!

Gabriele Cannone