L’INTERVISTA: Altra Voce dialoga con Diego Novelli

Diego Novelli è una delle figure storiche della città di Torino. È uno di quei personaggi riconosciuto per la sua capacità intellettuale nel Partito Comunista Italiano. È un nome importante per lo stile giornalistico di uno dei giornali più letti nell’Italia del Secolo lungo, L’Unità. È una persona che è partita dal quartiere più rosso e più popolare della città nella prima industrializzazione italiana. Il suo contributo allo sviluppo torinese viene percepito ancora oggi in molti aspetti. Si pensi alla cultura come strumento che nobilita gli uomini e le donne, alla vita attiva della cittadinanza e alla volontà di fare del capoluogo torinese un centro vivo socialmente ed intellettualmente, oltre che nell’industrializzazione.

Oggi compie novant’anni. Nell’anno in cui la sinistra ricorda il centenario della nascita del più grande partito comunista occidentale. In un anno in cui la sinistra vive il periodo più critico del suo stesso disorientamento.

Altra Voce ha deciso di incontrarlo e di raccontare una storia che coincide con quella della città di Torino.

 

DOMANDA: Lei è sempre stato per Torino una figura importante nell’attività del Partito Comunista Italiano, dai primi anni nel dopoguerra con il Fronte Democratico Popolare fino alla fine. Com’è nato Lei in quella storia? Che cosa L’ha attratta?

NOVELLI: Mio padre era un antifascista e i miei fratelli sono stati partigiani. Hanno vissuto negli anni più bui del fascismo. Aveva rifiutato l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista, aveva perso il posto di lavoro all’azienda elettrica municipale addirittura. Alla caduta del regime ha aderito alla Resistenza. Due dei miei fratelli hanno combattuto coi Partigiani e io li ho seguiti andando nel Canavese.

Per me l’ingresso e l’attività nel PCI é stata molto naturale. Mi iscrissi a quello che allora si chiamava Fronte della Gioventù, che riuniva tutti i giovani antifascisti di qualsiasi orientamento politico. Da lì ho cominciato a occuparmi degli studenti nelle scuole serali. Ho costituito il sindacato dei lavoratori studenti, al quale tenevamo precisare che eravamo anzitutto impegnati lavorativamente.

Successivamente il partito mi ha chiesto di lavorare presso la libreria de L’Unità, incominciando la mia attività di giornalista. Iniziai ad occuparmi di sport nella UISP. Ho proseguito con la cronaca ne L’Unità, affrontandone tutti i settori finché divenni direttore dell’edizione torinese del giornale. Quando l’edizione piemontese ha chiuso ho lavorato come inviato speciale in Italia e all’estero.

Tornato a Torino, mi occupai delle questioni cittadine, seguendo il Consiglio Comunale fino alla mia candidatura a consigliere comunale.

La mia attività politica è iniziata con il giornalismo. Un grande giornalista è stato Antonio Gramsci.

DOMANDA: Come attività e iniziativa, che cosa Le ha lasciato il giornalismo?

NOVELLI: Mi ha dato la voglia di approfondire, di studiare, di scrivere, tutte attività che non fanno impigrire. Oggi la politica rischia di non avere più un rapporto con i cittadini.

DOMANDA: Il 2021 è l’anno in cui si celebra il Centenario della nascita del PCI. È un anniversario che, al netto della pandemia, è piuttosto infausto. A cento anni da quella prima scissione nel Partito Socialista Italiano che ha dato vita al partito comunista più grande nel mondo occidentale, la sinistra ha vissuto una diaspora sempre più profonda non solo politicamente, ma anche culturalmente. Come ha vissuto i movimenti che hanno caratterizzato questi anni? Come vede le spinte personali e non in queste fratture?

NOVELLI: C’è stato un cambiamento nella concezione della politica. Questa è al contempo scienza, cultura, studio e conoscenza della realtà attraverso un rapporto intenso con il popolo senza retorica. Non si può fare politica se non si conosce i problemi più piccoli, anche i più minuti. Servono anche quelli fondamentali.

Bisogna evitare atteggiamenti paternalistici. Bisogna andare oltre l’atteggiamento presuntuoso di sapere senza rapportarti. Serve avere modestia.

DOMANDA: Dove trova che la politica manca di modestia, di capacità di mettersi in discussione?

NOVELLI: Quando Zingaretti si dimette da segretario del Partito Democratico, accusando i suoi di essere dei trafficanti e dando loro dei disonesti per le correnti che si fanno guerra l’una contro l’altra. Questa è stata una cosa sconcertante. C’è stata un’accusa ai dirigenti chiara, quella di guardare solo al potere, facendo i capi di una corrente o di una fazione.

Da questo si vede l’incapacità di aver perso la modestia necessaria.

Anche nei nostri confronti, nel PCI, io non sono mai stato uno tranquillo. C’era il confronto con la dialettica. Ho avuto incroci con i miei segretari anche quando abbiamo vissuto il passaggio della Bolognina, seppur io non sono mai stato legato all’ideologia del nome. Addirittura quel percorso fu per me doloroso come per molti compagni.

Tranne i fascisti, non ho mai avuto nemici. Ho avuto avversari, anche quando facevo il sindaco.

DOMANDA: Trova una cosa in particolare del PCI che manca alla Sinistra e alla politica odierna?

NOVELLI: Mancano i fondamentali. Manca l’attività di pensare le proposte per la gente e con la gente.

A Torino c’erano 52 sezioni, in cui entravano persone che portavano non solo militanza, ma pure i propri problemi. È stata una comunità, in cui non c’era solo attrazione ideale. Si veniva per lavorare non solo per cercare un’occupazione. Esisteva un tessuto che assumeva un valore.

DOMANDA: Il Suo nome è indubbiamente legato al ruolo di sindaco che ha ricoperto per 10 anni. Lei ha di quegli anni un ricordo particolare o un’iniziativa particolarmente incisiva che ha lasciato il segno sia nella Sua attività politica che per la città?

NOVELLI: Per le elezioni amministrative del 1975 il partito mi chiese di candidarmi come sindaco, dopo anni di esperienza nel Consiglio Comunale prima come cronista, poi come consigliere e capogruppo.

Un ricordo o un’iniziativa è difficile da ricordare, ma alcuni sicuramente incisivi ce ne sono stati. Io avevo una giunta seria e competente. Non ho fatto tutto da solo. I miei collaboratori erano di grande valore. Penso ad esempio ai tripli turni nelle scuole dell’obbligo. In quel campo abbiamo scelto di investire nella scuola a tempo pieno. Abbiamo governato negli anni in cui la vita culturale della città è esplosa. Penso al Teatro Stabile, al Teatro Regio. Abbiamo lavorato perché nella città non ci fossero solo utenti passivi o esclusivi, ma in cui ci potesse essere una mescolanza nelle classi sociali, dal punto di vista economico e generazionale.

Un cittadino che voleva parlare col sindaco non aveva possibilità. Con la mia amministrazione siamo riusciti a rendere realizzabile l’attività di relazioni con il pubblico. È quello un passo per fare prossimità tra le istituzioni e i cittadini. Non dimentico certamente i punti verdi, che abbiamo reso più accoglienti per la nostra popolazione, e le iniziative estive. Abbiamo iniziato noi a ragionare con enti laici e non sull’Estate Ragazzi, aperte a tutte le fasce sociali e a disposizione dei bisogni delle famiglie.

Altro punto forte con la mia amministrazione è stato con le circoscrizioni. Noi avevamo ideato i comitati di quartiere. Il primo esperimento a livello nazionale è stato proprio a Torino. Anche nell’ANCI ho condotto una battaglia perché sia con i parlamentari del nostro gruppo e pure di altri ci fosse l’istituzione di questi enti di prossimità. Al mio secondo mandato ho battuto rione per rione una bella campagna tant’è che, al momento della legge ufficiale nazionale, a Torino era già una realtà. Riuscimmo ad appassionare alla politica le persone. Abbiamo trasmesso l’ambizione di fare politica per essere al servizio della collettività.

Oggi i nostri consiglieri sembrano non sapere distinguere un paracarro da una fontanella.

DOMANDA: L’autunno porterà Torino e i suoi quartieri a una sfida elettorale impegnativa. Sarà una tornata particolare. Da una parte arriva dopo un anno e persino di più di pandemia che ha piegato la città. Dall’altra gli schieramenti politici si preparano in due modi inediti rispetto al passato. C’è un centrodestra pronto con un candidato civico accettabile per una parte della città. C’è un centro-sinistra ancora impreparato da un lato e l’ipotesi quasi sfumata con l’asse giallorosso. Come vede il quadro di queste elezioni?

NOVELLI: In merito alle alleanze non bisogna avere atteggiamenti di rottura aprioristici se non sulle questioni di fondo, della libertà, del lavoro, del pensiero. Non so cosa deciderà la Appendino anche a seguito delle questioni giudiziarie. Alcuni percorsi dipenderanno dalle scelte nelle altre grandi città.

E poi per le alleanze non esiste solo il giallo. Vedo categorie di persone aggregate tra di loro per vari motivi, dalle professioni, dalle passioni. Ci può essere un coinvolgimento perché gli uomini e le donne hanno esigenze varie e particolari.

DOMANDA: Questa pandemia lascerà più di ogni altra esperienza vissuta negli ultimi venti anni un ricordo indelebile nel cuore e nel percorso di vita di ciascuno. Molti hanno chiuso per molto tempo ed ancora non riaprono perché non potranno. Tutti abbiamo vissuto momenti difficili dal punto di vista umano. Lei crede che da questa crisi possiamo uscire meglio?

NOVELLI: L’uscita da questa crisi sanitaria si può affrontare organizzando meglio il nostro sistema sanitario. Serve ripartire dai medici di base, dal territorio. Come dicono molti scienziati non è detto che la pandemia si chiuda ora e non si apra più. Alcune malattie virali ce le siamo portate avanti per anni. Serve impegnare le energie su questi temi.

Altro impegno deve essere il lavoro. Un uomo che ha una famiglia a carico, un uomo che vuole crearsela, chi fa sacrifici sempre. Queste sono questioni che non possono essere trascurate.

A livello umano e sociale serve credere nel Nuovo Umanesimo. Si deve dare senso alla vita. Non è utile vivere lasciando correre gli eventi.

Quando ci fu il fenomeno del terrorismo, io andai a trovare in carcere alcuni di quei ragazzi, senza l’intento del perdono, ma con la volontà di comprendere. Due di questi mi scrissero perché volevano esprimere la loro dissociazione. Il loro non fu un pentimento, ma un dissociarsi. Io decisi di ascoltarli per vedere come si sarebbero potuti reinserire perché si erano resi conto di aver provocato un danno sociale ed economico si loro cari, ai loro amici. Furono azioni sempre sotto l’impronta del dialogo.

Proprio per questo l’esempio del Papa è incredibile. Si rivolge agli uomini parlando loro come fratelli e non risparmia nulla. Da lui e da questi leader non politici emergenti serve cogliere l’allarme nella società. Non è utile solo il ringraziamento per essersi mobilitati.

 

C’è un detto tra chi fa politica attiva che dice: “Non si smette mai di fare politica, anche senza ruoli.”

Oggi Diego Novelli ha solo la tessera dell’ANPI in tasca, quella che ha contraddistinto il suo iniziale impegno nel partito, che gli restituisce quell’aria che respirava già in famiglia, ma rimane un esempio indelebile di come quello che c’è non basta, di come non sia desueto tornare nei luoghi dove tutto è cominciato, di come la società necessiti di studio e di radici ben solide.

 

 

Alessandro Ritella