L’ANALISI: Tutto sembra chiacchiera. E le chiacchiere stanno a zero.

La situazione politica attuale può essere sintetizzata da parecchi motti. Sicuramente questi non sono parole che hanno aperto alla rivoluzione nelle situazioni più critiche. In questi anni infatti noi viviamo nella situazione critica al punto del culmine, ma senza una iniziativa concreta per rivoluzionare l’egemonia culturale dominante.

Dal famoso “Grande è la confusione sotto il cielo” al sempre più reale “Tutto è chiacchiera. E le chiacchiere stanno a zero” ci è voluto davvero un attimo. La situazione evolve con un ritmo incessante e al contempo irreprensibile. Non c’è uno spazio di stabilità anche in quei soggetti che si dimostrano più stabilizzati. Rispetto alla crisi di governo siamo di fronte a un altro scenario, forse ancora diverso se paragonato a quello che ci saremmo aspettati.

In questi ultimi giorni la politica parte da una riflessione sull’estero per guardare l’interno. Si evidenziano due cose collegate fra di loro.

Nel dibattito sui temi mediorientali da una parte c’è stata la manifestazione bipartisan a supporto di Israele, che ha raccolto figure politiche nettamente diverse fra di loro insieme. E la cosa non deve rasserenare. Dall’altra c’è il ritorno della questione palestinese, ovvero della necessità di rivendicare per quel territorio l’esistenza di due popoli che meritano due stati. Sembra di essere capitati un’altra volta in un dibattito internazionale retrodatato a circa 15, 20 anni fa quando quelle aree erano bombe ad orologeria in cui le potenze internazionali impegnavano missioni gigantesche.

In questo contesto si anima tutto il dibattito interno, dominato dalle polemiche sterili sul coprifuoco o dall’attacco strumentale di alcune misure e dall’altra da un luogo di confronto piuttosto piccolo ma reattivo. Lo scorso weekend infatti ha visto la prima assemblea nazionale interamente online di Articolo Uno. Al venerdì si sono presentati i documenti dei gruppi di lavoro che hanno elaborato contenuti e al sabato la discussione assieme agli alleati dell’asse giallorosso.

Quando si partecipa o si osserva iniziative di questa portata è sempre molto annoiante proporre la trama oppure la cronaca dei fatti salienti. Piuttosto si rivela interessante cogliere i punti principali per capire meglio le azioni concrete delle forze politiche.

Si è arrivati alla due giorni di Quello che ci unisce - questo era lo slogan dell’assemblea - nel clima di solidarietà isolata nei confronti dei palestinesi per arrivare a toccare anche gli aspetti più eccezionali che il panorama internazionale ci regala. La sinistra in Italia e in Europa sta vivendo in una situazione che, nemmeno un anno fa, durante la quarantena più buia, avremmo immaginato. Negli Stati Uniti non c’è più Trump che viene scaricato anche dai magnate dei social, ma il presidente Joe Biden si fa strada proponendo idee completamente in edite per lo scenario politico di quella nazione. Sarebbe un falso oggi dire che l’Europa ha ritrovato negli USA un amico leale, lo stesso che durante l’amministrazione repubblicana pareva smarrito. Allo stesso tempo sta accantonando quell’idea di essere confederazione fuori dalla contesa con la Cina. Addirittura sembrerebbe che da quella superpotenza sia meglio prescindere.

Accanto a questo primo grosso argomento ci sono i tavoli caldi che non riguardano la profonda crisi sociale a cui la sinistra deve dare una risposta senza buonismi, ma interessano i prossimi ragionamenti elettorali. Seppur le elezioni si terranno ad ottobre anziché in questa primavera, sono uno scoglio vicino che avrebbe dovuto richiedere uno sforzo di azione più incisivo di una sola assemblea. Senz’altro ad Articolo Uno va attribuito il merito di aver riunito nella stessa sede i due leader antirenziani in circolazione. È intervenuto Giuseppe Conte che si sta trovando nel compito delicatissimo di restauro del M5S con la profonda ostilità del capo di Rousseau e certamente può permettersi di presentare un’idea originale e da lui già accennata rispetto al Nuovo Umanesimo. Ha parlato pure Enrico Letta, che dal canto suo si trova ad essere un nome intelligente in un gruppo trainato dal mero interesse. Senza dubbio i suoi toni rispetto alla partecipazione sempre molto leale al governo rivendicano la necessità di una serie di riforme in nome del progetto su cui bisogna investire i soldi del Recovery Fund. L’attacco a Salvini è a monte per un soggetto che sta dall’altra parte, l’attacco a chi giorno dopo giorno dice di lavorare per il bene del paese e poi si attacca al coprifuoco per dare un capro espiatorio in pasto al pubblico ludibrio è imprescindibile rispetto alla proposta.

Il quadro dell’assemblea dello scorso weekend così come il percorso territoriale che l’ha accompagnata rimane, nonostante la buona qualità di contenuti presentati e confronto messo in atto, insufficiente. Il nostro paese si sta avvicinando a un appuntamento elettorale che vede impegnate cinque città strategiche, da cui arrivano notizie molto poco rassicuranti. Ci sono polemiche molto rigide ancora in queste ore. Nelle due città più appetibili per una scommessa giallorossa i segnali sono molto preoccupanti, anche se continua a vivere la speranza di ribaltare ancora le carte. A Torino ad esempio il centrodestra sta già correndo per le elezioni amministrative. C’è un candidato sindaco molto autorevole graditissimo al noto Sistema Juventus che ha incoronato svariati sindaci. Affianco a lui c’è lo squadrone della destra aggressiva con le armi mirate sulle periferie. Il centro-sinistra invece rischia di lasciar piede libero in una città medaglia d’oro della Resistenza impegnandosi su primarie un po’ strane e senza considerare lo sforzo concreto del governo Conte II. Anche quella vicenda c’entra nell’impegno del prossimo autunno. C’entra a Torino come a Milano, a Roma, a Bologna e a Napoli. La pandemia sarà un’esperienza difficile e drammatica che ricorderemo molto a lungo. Le città saranno comunità che più difficilmente di altre se ne dimenticheranno.

Le notizie che giungono da altri fronti non sono molto incoraggianti. A Milano si parla del nuovo Sala verde, che si sente impotente rispetto a una situazione difficile nel dialogo. Nella rossa Bologna il centrismo svanito a Torino e Roma sembra essere ancora un pezzo duro da smaltire. Napoli pare essere un’isola più felice, ma l’idea di felicità è sempre molto soggettiva.

Insomma lo scenario che si presenta nel panorama sembra essere quello di un campo di belle idee, di parole convincenti, di confronti abbastanza stimolanti. La cosa che manca è un’altra. Adesso serve la capacità di scrollarsi di dosso quell’idea di conquista perenne del centro, che, fuori dal politichese, significa pure allontanare quel residuo pensiero renziano che vuole erodere l’area progressista.

Davvero le assemblee possono avere degli interventi e dei propositi intelligenti e con una particolare attenzione, ma da sole sono insufficienti. Rischiano di essere buone idee senza gambe operative.

 

Alessandro Ritella