L'ANALISI: Salvini e Meloni, due facce della stessa medaglia

Spesso ci si trova a raccontare sempre di personalità politiche e di comportamenti alternativi che la mia area progressista e democratica dovrebbe rappresentare. La competitività insegna a tutti anche un’altra cosa: per capire e combattere il nemico, o meglio l’avversario, bisogna conoscerlo. E dunque proviamo a conoscerlo.

Le elezioni regionali e amministrative lasciano, al di là del quadro finito con una generale parità, una riflessione anche per il centrodestra. Da una parte l’emergere dei personaggi locali, come Zaia e Toti, e dall’altra la consapevolezza di non bastare a loro stessi per i leghisti e di dover confrontarsi con un avversario rinnovato e non meno temibile per l’area progressista.

Nel centrodestra (sempre più destra) esistono tre soggetti politici con caratteristiche ben diverse fra di loro che hanno una buona capacità di fare accordo attorno alla spartizione di candidature varie e a quattro temi che trasudano abbondantemente di sovranismo e di un populismo estremizzato. Di questi, si può dire per rapporto di forza e per la radicalità dell'attuale tessuto sociale, due sono le forze conquistatrici del consenso, la Lega e Fratelli d'Italia. In questi anni, nei fatti, sono state capaci di scavalcare la destra delle libertà e di costruire intorno a loro un potere di supremazia popolare dando vita a gruppi organizzati che prima non si sarebbero certo visti dalla loro parte. Se si guarda in una prospettiva di cinque anni, la situazione del centrodestra delinea un soggetto diverso rispetto a Forza Italia che avrà invaso quello spazio perché non avrà interesse all'alleanza con il conservatorismo e il populismo di destra e dall'altra parte proprio loro, Salvini e Meloni, che dal canto loro si distinguono nettamente nonostante riescano a conservare soprattutto a livello nazionale una salda collaborazione.

In un contesto sociopolitico e culturale complicato e in una logica di una politica sempre più fluida sia dal punto di vista degli elettori che degli eletti si collocano una notizia che non bisognerebbe dimenticare, ovvero l'annuale classifica del Times che quest'anno aveva individuato tra le 20 persone che cambieranno il mondo negli anni 20 del 2000 Giorgia Meloni. Non conosco i parametri e i criteri con cui vengono stilate le classifiche, però è chiaro che non è un messaggio come un altro. Se facessimo la 10 years'challenge con la Meloni si potrebbe vedere che da ministro della gioventù sottomesso a una guida liberale del centrodestra, un Berlusconi forte anche nel suo essere contestabile e una Lega servente a unica leader donna di un partito nazionale seconda (quasi prima) forza della coalizione che viene incorniciata dal Times. Fra i motivi per cui il Times l'avrebbe dovuta incoronare in quella classifica, si trovano anche alcune ragioni per cui l’elettorato che si era aggrappato a Salvini e oggi ha preso le distanze ha espresso fiducia nei confronti della leader di Fratelli d’Italia.

Un primo motivo su tutti é che Giorgia Meloni sia una donna, l'unica donna leader di partito in Italia, che dà un primo senso a tanto onore. Un secondo motivo sta nella linea di coerenza (contestabile) con cui la Meloni, grazie al proprio buon uso della lingua e dei modi di comunicare, riesce in questo momento a sembrare più credibile. Lo dimostrava la sua intolleranza netta nei confronti dei 5 Stelle, con cui gli alleati leghisti hanno fatto occasione per andare al governo e poi distogliersene. Un terzo motivo si rintraccia facilmente nella discussione dei contenuti e nel mantenere un patrimonio ideologico di partito. All’attacco degli USA contro l’Iran, per esempio, Salvini rispose assolutamente entusiasta in favore di Donald Trump incitando l'azione statunitense, mentre Giorgia Meloni ha invitato a usare calma diplomatica andando verso la direzione di evitare l'escalation. Da qui si vede la preparazione politica dei due personaggi: da una parte Salvini, che, seppur non sia proprio inesperto politico, risponde facendo leva sulla pancia della popolazione, solleticando gli spiriti più ribelli e talvolta quelli più vulnerabili di questi ultimi anni; dall'altra c'è la Meloni, che mette in campo anche quando parla la sua esperienza politica precedente figlia di una storia certamente agli antipodi, ma che ha rappresentato un pezzo del quadro politico italiano del secolo scorso. È una differenza che si nota anche in quello che alla politica spesso manca e che si chiama "gioco leale" soprattutto nei momenti in cui si verificano episodi tristi e irripetibili nell'epoca delle società civilizzate del XXI secolo. Un esempio è il gesto seppur piccolo della Meloni ma realmente esistito di solidarietà e vicinanza ad Arturo Scotto per l'aggressione fascista subita a Venezia.

Le regionali recenti segnano, anche se il Partito Democratico e il suo segretario si sono attestati una particolare affermazione, se non un cambio di equilibri, una ridefinizione di questi. Nel centrodestra Salvini non è più dentro lo show dell’uomo solo, ma dovrà combattere il posto con una Meloni forte del sostegno del suo gruppo europeo che l’ha incoronata presidente dei Conservatori e Riformisti.

Alessandro Ritella