JOB TIPS: Il lavoro ai tempi del Coronavirus

La normalità è momentaneamente scomparsa. Recarsi a lavoro, per poi trascorrere l’happy hour con gli amici e scappare per un rilassante weekend fuori porta: gesti che appartengono alla nostra routine e che abbiamo considerato scontati per molto tempo. E pensare che oggi non lo sono più e, anzi, rappresentano la massima espressione della nostra libertà. Durante questo periodo di ‘Social Distancing’, ciascuno di noi ha avuto tutto il tempo per riscoprire le proprie passioni, purché dentro le proprie mura domestiche, e per analizzare ogni tassello che caratterizza le proprie vite. E chi di noi non si è posto innumerevoli interrogativi circa le conseguenze di questa emergenza? Ci siamo chiesti se troveremo nuovamente il mondo come lo conoscevamo, quando torneremo a viaggiare e ad abbracciarci, come sta cambiando il nostro rapporto con il lavoro e il ruolo dello stesso nella nostra vita.

Molte aziende stanno rapidamente adattando i loro modelli di business per garantire alle proprie risorse una continuità esecutiva, nonostante l’emergenza. È in queste circostanze che il nostro Paese ha scoperto il lavoro da casa, chiamato Work From Home (WFH) in UK o smartworking in Italia. Ad oggi, il lavoro da remoto è uno strumento fondamentale per il contenimento del contagio da Covid-19 e si costituisce come condizione imposta ai lavoratori che hanno la possibilità di essere operativi anche dalle proprie abitazioni. Ma se in passato lo abbiamo spesso esaltato come possibilità di smarcarci dai soffocanti vincoli lavorativi per massimo uno o due giorni a settimana, possiamo ancora considerare il WFH in questi termini? L’alienazione che deriva dal lavoro agile per chi magari è distante dai suoi affetti e l’assenza dei colleghi, fa riscoprire la centralità della componente relazionale che caratterizzava le nostre giornate. 

Gli smartworker devono gestire autonomamente tempi e attività, organizzare call e trascorrere le pause caffè in solitaria. Per ora la situazione rimane la medesima, fino a data da destinarsi, e possiamo solo immaginare le conseguenze che si manifesteranno in futuro. Non si tratta di un cambiamento in senso positivo o negativo, però si percepisce una novità sul piano individuale e collettivo del nostro Paese, che non possiamo trascurare. L’importanza culturale e sociale associata all’ufficio, inteso come luogo relazionale di scambio, di collaborazione e di incontro, è stata fondamentale per scandire i percorsi di vita di ciascuno fino a marzo 2020. Ovviamente, queste nuove dinamiche potrebbero aprire, a fine emergenza, alla definizione di nuovi spazi condivisi, come biblioteche, coworking e caffè, in cui poter svolgere le proprie attività professionali in un ambiente socievole e interconnesso. D’altronde serve solo una connessione a Internet, giusto?

E per tutte le mansioni che non possono essere svolte dietro a un laptop? Come possiamo intuire, lo stop di tutte le attività produttive e dei servizi non considerati essenziali, unito alla drastica riduzione dei consumi causata dal lockdown, provocherà una sostanziosa riduzione della ricchezza prodotta (misurabile con il PIL), una perdita di quote di mercato e fatturato per le imprese e una prevedibile diminuzione dell’offerta di lavoro. Il Covid-19, ad esempio, sta avendo un forte impatto sul mercato del lavoro, con entità differente in relazione ai comparti produttivi che ancora possono rimanere operativi. Come possiamo immaginare, sono in costante aumento le assunzioni per le professioni in ambito sanitario, in particolar modo per gli infermieri, fondamentali nella lotta in prima linea con il virus, e per i medici, che vedranno la propria laurea essere abilitante per l’esercizio della professione. Inoltre, assistiamo a una richiesta crescente di operatori in ambito chimico e farmaceutico, per la produzione di disinfettanti e mascherine (+ 40% rispetto a prima dell’emergenza). Ultimi, ma ovviamente non per importanza, citiamo il personale legato alla produzione e alla commercializzazione di beni di prima necessità. Trattasi degli operatori del mondo della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che garantiscono la realizzazione degli alimenti presenti nelle nostre cucine (sì, anche del lievito e della farina!) e di conseguenza sugli scaffali dei supermercati: dai magazzinieri per preparare la spesa on line, agli addetti al trasporto (+60%), alla logistica e alle attività legate all’e-commerce (+40%). Siamo tutti consapevoli che il denominatore comune a queste attività appena citate deve essere la sicurezza, in termini di condizioni lavorative: la sanità dell’ambiente lavorativo, i guanti, le mascherine ed i gel igienizzanti devono essere a completa disposizione di coloro che garantiscono a tutta la popolazione i beni ed i servizi essenziali.

Le problematiche post COVID-19 sono emerse e si manifesteranno ulteriormente, quindi, su più piani: su quello relativo alle condizioni di impresa, e quindi all'occupazione, e sulla realtà finanziaria necessaria per il sostegno alla liquidità del nostro sistema economico, in termini di spesa pubblica, di indebitamento e di rapporti con l'UE.   Pensate che un recente studio di Victoria Fan chiamato ‘Pandemic risk: how large are the expected losses?’ stima fino a 500 miliardi di dollari all’anno (= 0,6 % del reddito mondiale) il valore totale delle perdite di una pandemia globale, includendo non solo i costi diretti per l’incremento di mortalità e per lo stop operativo di molti settori, ma anche la mancanza di reddito causata dalla riduzione di produttività, aggiunto al calo della domanda per la riduzione della mobilità delle persone. Pensiamo al settore turistico, al momento più colpito nei servizi, oltre ai trasporti internazionali e alla logistica. Consideriamo anche il settore manifatturiero, sempre più connesso a sistemi di produzione internazionale con componenti provenienti da molteplici paesi diversi, e quindi fortemente compromessi dal blocco di attività legato all’epidemia. Pensiamo anche agli effetti sul lavoro, quali la perdita di occupazione e di salario, che possono essere compensati limitatamente dalle misure compensative come quelle introdotte dal governo italiano (come la cassa integrazione e gli sgravi fiscali). Come possiamo intuire, ne consegue una prevedibile riduzione di domanda, che determinerà ulteriori rallentamenti sulla produzione. Insomma, uno scenario poco idilliaco, in cui tutti i mercati appariranno completamente mutati. Non sarà solo il nostro Paese a risentire degli effetti del Coronavirus, ma sarà l’economia mondiale nella sua totalità ad essere vittima dello stesso.  

Purtroppo, non siamo in possesso di una sfera di vetro per prevedere il futuro. Non conosciamo, quindi, come potrà essere concepito il lavoro dopo il coronavirus, ma con molta probabilità sarà diverso. Diverso come sarà la nostra vita quotidiana. Diverso come sarà il nostro modo di viaggiare. Sarà diverso per tutti. E non mi riferisco necessariamente ad una forma differente, ma alla sostanza. È dalle consapevolezze assunte da noi cittadini e, mi auguro, dalle Istituzioni e imprese, che si potranno pensare, progettare e applicare nuovi metodi di lavoro per tutti. In maniera imprescindibile dal settore produttivo, dal luogo di lavoro e dalle mansioni in quanto tali. L’irruenza con cui il Covid-19 si è scagliato nelle nostre vite ci ha messo in ginocchio, ma le riflessioni e le conseguenti consapevolezze che derivano da esso rappresentano il punto di ripartenza per la società mondiale.

Roberta Esposito