JOB TIPS: IL FUTURO E’ ORA

Ma è davvero tutto così ‘nuovo’? È ormai da qualche anno che stiamo tracciando un percorso innovativo e rivoluzionario, a sostegno della cosiddetta Industria 4.0. Le risorse di imprese, governi e infrastrutture sono orientate verso questo paradigma produttivo, oggi concreto. Il lavoro 4.0, infatti, si propone di implementare nuovi modelli di business, utili a migliorare la produttività delle imprese e le condizioni lavorative di ogni lavoratore. E’ in questo ecosistema, orientato all’innovazione ma ancora intrinseco di tradizione, che emergono nuove tendenze, che noi dobbiamo cogliere:

  • GIG WORKING: ‘lavoretto’, un compito occasionale o temporaneo. E’ con questo principio che si sta diffondendo sempre di più un modello economico privo di prestazioni lavorative continuative, lontano dai dogmi del posto fisso e del contratto a tempo indeterminato. Ormai, il mondo lavora on demand, ovvero quando vi è richiesta per i propri prodotti, skills e servizi. Pensiamo all’affitto delle camere per le nostre vacanze (es. Airbnb), all’acquisto di prodotti artigianali (es. Etsy), ai servizi di trasporto alternativo (es. Blablacar o Uber) e alle consegne a domicilio (es. Deliveroo e Glovoo): il tutto è gestito attraverso piattaforme digitali e app. Nella gig economy i lavoratori sono autonomi, ovvero self-employed, e svolgono attività provvisorie, avendo la possibilità di sviluppare nuove skills e intraprendere una crescita lavorativa flessibile. Non siete ancora convinti? Secondo gli studi del Microsoft Research, negli USA entro il 2027 i gig workers potrebbero costituire quasi un lavoratore su tre. Nonostante fronteggino una mancanza di tutele e di benefit tipici del lavoro dipendente, i gig workers svolgono la propria attività mediante competenze crescenti e trasversali, senza soccombere a fatali routine e con una maggiore flessibilità nella gestione del proprio tempo. Senza ombra di dubbio, questa innovazione professionale necessita di una urgente revisione della contrattualistica italiana, con l’obiettivo di disegnare le regole del futuro del lavoro, assicurando delle condizioni ottimali lavorative, ad oggi purtroppo ancora precarie.


  • BRAIN RECOVERY: sensazione di fallimento, irritabilità, negativismo, dolori fisici, distacco emotivo e riduzione dell’efficienza. Questi sono solo alcuni sintomi del cosiddetto burn-out, classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una vera e propria sindrome, codificata CIP-11, a livello internazionale. Un piccolo traguardo, che risulta essere frutto di una maggiore consapevolezza relativa allo stress da lavoro, e, quindi, alla sanità mentale di ciascun individuo nel contesto lavorativo. E’ proprio per tutelare l’integrità mentale e fisica di ogni individuo che le aziende devono agire, ora. Le società devono e possono tutelare la salute psico-fisica di ciascun lavoratore, sia a livello organizzativo che a livello individuale: c’è chi sceglie di sensibilizzare sul burn-out garantendo la presenza di un professionista competente per fornire consulenze, mentre altri intervengono anche a livello aziendale. Pensiamo, ad esempio, attraverso alla settimana lavorativa ridotta a 4 giorni, già accolta da alcune realtà giapponesi. Se si tentasse di superare una mentalità chiusa e datata, questa pratica potrebbe diventare norma anche nel nostro Paese.


  • ROBO RECRUITING: Dalla distribuzione di cv cartacei, siamo passati al Recruiting 4.0, che vede dispositivi mobili, social media, documenti digitalizzati, registrazioni video e audio come i principali strumenti di accesso al mondo del lavoro. E’ con questi meccanismi che si manifesta il match tra domanda e offerta di lavoro, grazie a sofisticati algoritmi che permettono di ridurre i costi e di individuare profili perfettamente compatibili con le esigenze aziendali. Dal Big Data Recruiting sembra quasi immediato il passaggio all’utilizzo dei robot nel processo di recruiting. Già nel 2017 è stato introdotto il robot Vera, dotato di intelligenza artificiale per la selezione del personale su larga scala (quasi 1500 colloqui in un solo giorno lavorativo!). So cosa starete pensando: verremo analizzati tutti da robot privi di umanità e sentimento. Ed è proprio questo che vogliamo evitare: in realtà questo processo consentirà ai recruiter di individuare i profili più adatti, solo dopo la prima selezione svolta dall’Intelligenza Artificiale, per poi assumere decisioni con una soggettività necessaria.


  • CULTURAL FIT: Dopo aver appurato che ognuno di noi possiede delle competenze tecniche oggettive e delle caratteristiche ‘soft’ apprezzabili nel contesto lavorativo, l’ultimo step da superare è comprendere se siete compatibili con la filosofia culturale dell’azienda. Un team di persone che condivide i principi, gli obiettivi e il know-how del brand è più coinvolto e, quindi, più motivato a raggiungere il successo aziendale. Ciascun membro di qualsiasi staff avrà sempre degli obiettivi personali da perseguire, i quali, attraverso l’integrazione aziendale, si affiancheranno a quelli del team. La stretta correlazione tra il successo aziendale e la sua cultura intrinseca determina una delle ragioni per cui il Cultural Fit nei prossimi anni sarà una discriminante fondamentale nei processi di selezione dei candidati.


  • DIVERSITY MANAGEMENT: La diversità è ricchezza, che essa sia culturale, etnica, di genere, sociale, etc. Un concetto tanto semplice quanto potente, che, però, per molti anni, in Italia, è stato snobbato. Se ad oggi solo una esigua percentuale di imprese ha accolto la diversità all’interno delle proprie organizzazioni, si prevede che nel futuro prossimo questa caratteristica sarà concepita come elemento vincente a 360°. La consapevolezza di queste aziende le ha spinte ad integrare una nuova figura professionale, il Diversity Manager, con l’obiettivo di creare degli staff trasversali, costituiti da individui eterogenei sotto molti aspetti. Questa figura professionista, per fare soltanto un esempio, è stata ultimamente integrata nientedimeno che nell’organico di Gucci.


  • COWORKING: La solita scrivania, il solito team, gli stessi discorsi con i colleghi. Alcuni di noi hanno deciso di superare queste routine, per abbracciare il coworking.

Lo possiamo definire come una concezione collaborativa del lavoro, finalizzata alla condivisione degli spazi da parte di professionisti, abbattendo i costi fissi di gestione e ottimizzando le performance. Il coworking si propone come un nuovo modo di concepire il lavoro e lo spazio in cui svolgerlo. Pensiamo al luogo da cui vi scriviamo noi di Altra Voce: il Laboratorio Creattivo. Qui ci sono tre attività, ovvero un fotografo, un’agenzia di comunicazione e noi di AltraVoce: abbiamo background diversi, svogliamo professioni diverse e possediamo skills diverse. Ma in qualche modo risultiamo complementari: la crescita professionale e personale di ciascun co-worker deriva dal confronto di esperienze, skills e attitudini trasversali. E con questo approccio propositivo, dinamico e flessibile che si creano network professionali, tramite i quali è possibile creare il maggior vantaggio competitivo.


  • SELF-MANAGEMENT: se pensiamo che anche le più importanti multinazionali hanno introdotto dei corsi di self management per i propri dipendenti, ci accorgiamo che è ormai diffusa la consapevolezza del ruolo dei dipendenti. Secondo questa logica, i membri del team sono direttamente responsabili dei risultati. E’ in questo contesto che tutti intendono dimostrare le proprie capacità di leadership, svolgendo in maniera efficace il proprio lavoro. Ecco, immaginiamo quali sarebbero le performance di una società che applica la leadership a tutti i livelli organizzativi.

I modelli aziendali tradizionali sono ancora ostacolati da dogmi obsoleti, non più capaci di offrire risposte efficaci alle nuove esigenze strategiche. Nuove realtà richiedono nuove governance. Vi immaginate lavorare come se foste i leader di voi stessi? 

  • WORKPLACE WELLBLEING: Se cambia la sostanza, deve cambiare anche la forma. Il mercato detta i cambiamenti e i team disegnano processi sempre più flessibili, digital e orientati al team work. Quindi, l’ambiente di lavoro deve essere adatto a favorire il networking, la condivisione di risorse e di conoscenza e la realizzazione di idee: ciò che serve è un workplace caratterizzato da stile, innovazione e design. Gli uffici non sono più un semplice contenitore di mobili e scrivanie, ma vengono arredati con eventi e workshop, con strumenti tecnologici e con arredi che favoriscono l’interazione con skills e culture differenti. Il workplace diventa un’esperienza da vivere: ad esempio Airbnb fonda il suo business sulla concezione che l’ambiente di lavoro non si limiti ad uno spazio fisico, bensì una reale “esperienza”, volta ad integrare la professionalità con gli interessi del dipendente. Per sostenere il claim ‘ Workplace as an experience’, Airbnb ha creato uffici accoglienti, moderni e stimolanti, dotati di tecnologie innovative, che semplificano notevolmente lo svolgimento delle attività ed esercitano un impatto positivo sul benessere dei dipendenti.


  • DIGITAL EDUCATION: Secondo il The future of Jobs” del World Economic Forum tenutosi il 21 gennaio 2020, saranno 133 milioni i posti di lavoro creati entro il 2022, per un totale di 58 milioni di nuove opportunità lavorative nel settore Digital. Questa tendenza è confermata anche dalla ricerca di Unioncamere, che individua tra le nuove professioni quelle di Data Scientist, Big Data Analyst, Cloud Computing Expert, Cyber Security Expert, Business Intelligence Analyst e Social Media Marketing Manager, solo per citarne alcune. Per seguire questo trend, è necessario minimizzare il Digital Mismatch, ovvero il divario tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste oggi dal mondo del lavoro. In un futuro molto prossimo, le competenze digitali saranno sempre più trasversali e varie, ma possiamo sintetizzarle in due macro-classi: le Digital Hard Skill e le Digital Soft Skill. Se le prime sono strettamente connesse a conoscenze tecniche circa gli strumenti informatici, le cosiddette ‘soft’ dipendono dalla cultura e dalla personalità del singolo individuo, e quindi strettamente connesse al modo di interagire, comunicare. Nella seconda categoria, possiamo includervi la capacità di problem solving di problemi tecnici; il knowledge networking, che permette di ricercare e selezionare i dati presenti in rete; il new media literacy, inteso come la capacità di comunicazione rispetto ai nuovi media, ai loro linguaggi e ai loro formati.


Roberta Esposito