JOB TIPS: GENDER EQUALITY: andiamo oltre il Girl Power

Commesse. Avvocatesse. Business women. Dottoresse. Cuoche. Meccaniche. Infermiere. E qualsiasi altra professione state immaginando in questo momento. Ognuna di noi, può essere ciò che desidera essere. Ognuna di noi può lasciare il segno. Vero è, che devono porci nelle condizioni di farlo.

La ‘teoria’ viene proposta dall’articolo n.37 della Costituzione italiana, secondo cui: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

La pratica ci conferma l’esatto opposto: nel 2020 assistiamo ancora ad un ingiustificato divario salariale tra uomo e donna, alle difficoltà di crescita professionale per le lavoratrici e alla discriminazione che subiscono le candidate nelle fasi di assunzione.

Siete sorpresi? Ma pensavate davvero che il nuovo decennio potesse cancellare anni di ineguaglianze e di abusi morali? Purtroppo non è così e lo conferma il Global Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum, tenutosi nel gennaio scorso. Siamo consapevoli che il raggiungimento della parità di genere in tutti i livelli della società moderna richiede un percorso tortuoso e durevole, ma il report indicato afferma che ci vorranno altri 100 anni (99,5 per essere precisi) per ottenere il Gender Equality ambito, mentre per l’uguaglianza di accesso alla partecipazione economica dovremo attendere 257 anni. Pensate, nessuno di noi e, probabilmente, nemmeno i nostri figli/e, vivranno la parità di genere.

Se ci focalizziamo sul nostro Paese, le indagini effettuate dall’Istat fotografano una realtà drammatica: il tasso occupazionale femminile in Italia è pari al 49,5% (luglio 2019), con un divario fra tasso di occupazione maschile e femminile pari al 18,9%, secondi in Europa solo a Malta. Queste percentuali rappresentano un dato allarmante, punta di quell’iceberg definito Gender Gap (disuguaglianza di genere), che limita l’accesso delle donne al mondo del lavoro, impattando negativamente anche sulla crescita economica globale. Infatti, non è certo sintomo di parità il fatto che una donna su due stia a casa. È proprio un'iniezione di valore nel sistema produttivo che serve per accrescere il tessuto economico e sociale di una Nazione. La prova ci viene proposta dalla McKinsey Global Institute, secondo la quale entro il 2025 si potrà moltiplicare il contributo delle donne al Pil mondiale. Secondo tale indagine, se non si assisterà ad una riduzione del divario di genere le donne contribuiranno al Pil mondiale con soli 39mila miliardi di dollari, contro i potenziali 67mila ottenuti in condizioni di uguaglianza lavorativa. E non finisce qui: la società di consulenza manageriale ha calcolato che l’unione del Pil generato dalla forza femminile e quello degli uomini, in assenza di gender gap, determinerebbe una crescita del Pil mondiale del 26%, equivalente a 28mila miliardi di dollari.

Come possiamo immaginare, la conseguenza diretta della disuguaglianza di genere è il cosiddetto Gender Pay Gap, ovvero il divario salariale, e quindi pensionistico, fra uomini e donne a parità di livello e di mansioni. E pensate che, in Italia, le lavoratrici presentano un livello di istruzione maggiore rispetto agli uomini. Paradossale, vero? Più le donne studiano, più aumenta il gap: se un laureato guadagna il 32,6% in più di una persona diplomata, una donna con laurea percepisce solo il 14,3% in più. E questo è solo una delle insidie che bisogna affrontare nel mondo professionale: noi fanciulle fatichiamo ad essere assunte e a crescere professionalmente e questo è un dato di fatto.

Le sfide per risolvere una diseguaglianza che pesa su tutti sono sostanzialmente due: sostenere l'inserimento lavorativo delle donne nei settori del futuro, perché questo significa anche stimolare la crescita economica, e colmare il divario tra competenze e assunzioni. Spesso infatti i datori di lavoro preferiscono ancora assumere un uomo, non perché è più preparato. Non perché risponde al profilo ricercato in maniera più coerente. Ma perché uomo. È in questo contesto retrogrado, deludente e maschilista, che è necessario creare una cultura di lavoro più inclusiva, a supporto delle donne lavoratrici.

Possiamo affrontare queste sfide? Certo, dobbiamo! Attraverso politiche attive, sostenute da iniziative istituzionali e mediante Diversity Management all’interno delle realtà lavorative, grandi o contenute che siano. Basti pensare alle cosiddette ‘quote rosa’, un insieme di norme orientate a tutelare la parità di genere all’interno degli organi rappresentativi: esse garantiscono alle donne (in quanto genere meno rappresentato) un numero di posti riservati all’interno delle liste elettorali o la presenza pari a un terzo dei membri nei consigli di amministrazione di società. Nonostante esista chi sostiene che le quote rosa siano più discriminatorie di ciò che si propongono di combattere, è stato dimostrato che l’inclusione femminile negli organi di gestione determina effetti positivi sull’azienda. E’ stata provata l’infondatezza dei timori che le quote di genere conducano alla promozione di lavoratrici immeritevoli, a favore di un livello di istruzione più alto e di condizioni di equità per tutte le lavoratrici, non solo a livelli dirigenziali.

Ma questo è solo l’inizio. Sono solo i primi passi che la nostra società adotta sull’impronta innovativa, volta a creare un contesto che valorizzi le pari opportunità: no alle distinzioni di genere, di orientamento e identità sessuale, di competenze, età ed etnia. L’eterogeneità è un punto di forza. Un concetto quasi scontato, ma fondamentale, che alcune aziende hanno colto per trasformare un potenziale elemento di instabilità in un impatto positivo sui risultati di business.

Risultato? Le aziende percepite come inclusive, preferite dall’80% degli italiani, hanno registrato un aumento dei ricavi del 16,7%. Le aziende più rosa (che poi chi lo ha detto che noi donne dobbiamo essere per forza associate al color confetto?) definiscono mediamente la necessità di assumere 15 persone da impiegare nel settore della cura personale e dei servizi ogni 100 donne impiegate, contribuendo positivamente al tasso occupazionale. Ma andiamo oltre questi numeri: dal punto di vista umano e relazionale, noi donne conferiamo una maggiore accuratezza, capacità di ascolto e di mediazione a ogni realtà imprenditoriale, che deve orientarsi a una società 4.0, sempre meno focalizzata sulla forza fisica e più orientata alle soft skills. La lotta per l’uguaglianza passa anche dalla consapevolezza che la figura femminile possa accedere alle posizioni più ambite, in qualsiasi settore, con stipendi pari a quelli dei colleghi.

Se nel passato, le donne non potevano includere nelle proprie prospettive l’ambizione professionale, oggi tale esigenza deve essere un diritto.

Non chiediamo di essere poste su un piedistallo: ma non vogliamo nemmeno essere dieci gradini sotto l’uomo.

Non vogliamo subire le scelte prese da altri, per noi, ma decidiamo di essere parte integrante del processo decisionale.

Non vogliamo essere schiacciate, in maniera subdola, ogni giorno, da un sistema che non fa ancora quanto deve per tutelare i diritti umani. Perché di questo si tratta.

Non è solo per l’8 marzo, non è solo per la Festa della Donna: è per una società più evoluta, più meritocratica, più equa.

Quanto tempo ancora dobbiamo attendere?

Roberta Esposito