ITALIA: Lo sciopero dei senza diritti

La settimana che si è conclusa ha visto due eventi decisamente sconvolgenti che si legano l’un con l’altro. Si può parlare di eventi sconvolgenti perché per la prima volta sono scesi in piazza lavoratori che nella migliore delle ipotesi sono definiti come “quelli che passano il tempo” e nella peggiore quelli che “vivono come schiavi”.

Lunedì 22 è stato proclamato lo sciopero per tutti i lavoratori di Amazon. Per una intera giornata l’azienda che punta molto dei suoi guadagni sulla rapidità e sull’efficienza si è fermata. Per una giornata i telegiornali hanno iniziato a parlare un po’ più seriamente di lavoratori che non hanno smesso di lavorare durante la pandemia ma che, anzi, sono stati i più sfruttati.

Senza ombra di dubbio nell’immaginario italiano manca una visione larga innovativa e all’avanguardia con il progredire di nuove tecnologie, ma questo non è un buon motivo per giustificare l’assenza del bisogno di una nuova politica di tutele e di diritti nel mondo del lavoro.

Lo sciopero di lunedì parte da questo. È in corso una violazione dei diritti dei dipendenti: tutti i pacchi che si ordinano e che arrivano dopo breve tempo a casa nostra sono frutto di un sistema aziendale che viola i diritti dei lavoratori.

Si considerino i driver - coloro che effettuano le consegne - che arrivano a lavorare 44 ore a settimana. (lo toglierei. La settimana lavorativa è fatta da 40 ore. Queste sono 4 ore di straordinario, nulla di eccezionale. O lo spieghiamo bene – ovvero che spesso sono pagati per 20 ore e ne fanno 44 – oppure lo toglierei del tutto).

Il mondo del lavoro é un pianeta abbastanza complesso frantumato e senza regole stabili dal punto di vista dei lavoratori. È diventata causa di riforme fin troppo aziendalistiche una materia magmatica rovinata (non si capisce). Da una parte manca la coscienza, anche culturale, di comprendere il progresso scientifico e tecnologico, mentre dall’altra c’è chi probabilmente ha compreso il ruolo strategico delle nuove scoperte, ma non ha interesse a regolarizzare la posizione dei dipendenti.

 

Venerdì 26 invece è stato il turno dei Riders, che, dietro al motto #NoDeliveryDay, hanno bloccato un sistema immenso di commercio notevolmente aumentato durante le fasi più critiche dell’emergenza COVID. Se nell’aspetto più commerciale la ristorazione ha visto nelle multinazionali delle consegne a domicilio una valvola di sopravvivenza, nell’aspetto forse più importante - la qualità del lavoro e le sue condizioni - ancora una volta i ragazzi in bici con zainoni rossi, gialli e verdi hanno pagato il prezzo più duro. La vita dei fattorini di Glovo o Just Eat ( per citarne alcuni ) già subiva profondamente della mancanza di tutele e di diritti reali per molte ragioni. Una su tutte è nello squilibrio tra servizio e offerta, come sulle assicurazioni per infortuni sul lavoro.

 

La riflessione che si può aprire sia per i fattorini che per i dipendenti di Amazon riguarda sostanzialmente un punto culturale su cui poi dovrebbe poggiare una revisione in salsa moderna delle politiche del lavoro e di un eventuale nuovo statuto dei lavoratori e delle lavoratrici. Manca ancora la coscienza che gli anni 2000 hanno rappresentato già in questi primi decenni dei mutamenti fondamentali, che meritano uno sforzo intellettuale ulteriore. Si scopre che dei dispositivi di piccole o medie dimensioni possono sostituire uno o più fasi di alcuni processi umani. Si scopre che alcune tecnologie vogliono dire prossimità tra offerente e cliente. Già considerando queste due grosse rivoluzioni é intuitivo che non c’è solo un rapporto di passività con gli strumenti ma piuttosto c’è una catena che vede coinvolti alcuni protagonisti. Questi soggetti hanno delle istanze e tra di loro, come in un normale processo, si crea una gerarchia ed un’organizzazione. Fuor di metafora, in molte coscienze manca ancora la consapevolezza che gli scioperanti della scorsa settimana sono lavoratori come altri. Questo è un problema non solo politico e sindacale, ma sociale. C’é un grosso strato di popolazione che non riesce a capire che cosa voglia dire subire il lavoro anziché vivere il proprio lavoro come espressione più nobile delle capacità umane.

 

Alessandro Ritella