ITALIA: Il fischio finale di Conte?

Sabato mattina Mario Draghi e la sua squadra hanno giurato di fronte al Presidente della Repubblica e subito dopo sono diventati operativi con il primo consiglio dei ministri alle ore 14:00. Le rituali scene di giuramento e insediamento erano tutte particolari segnali per riflessioni approfondite in merito, non solo alla crisi politica vissuta, ma anche alle reali conseguenze immaginabili con questo assetto. Seppur all’alta finanza, al “sistema” che ha ammazzato Conte dal primo giorno e alle diplomazie internazionali si è dato sollievo, la giornata di ieri non è un momento felice. 

Anche se bisogna dire che il giuramento di Draghi non è il giuramento di Monti del 16 novembre 2011, come non è quello di Ciampi del 1993. Il tecnico Monti era arrivato per effetto di una manovra tra l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’establishment europeo con lo scopo di tagliare risorse ai servizi essenziali, rimettere in quadro i bilanci e ridare un briciolo di credibilità all’Italia del Bunga Bunga e degli scandali di Berlusconi, provocando una delle peggiori rabbie sociali e aprendo la strada al più lungo e triste conflitto generazionale. Ciampi diventava Presidente del Consiglio all’indomani di uno dei processi più difficili della storia repubblicana. Arrivava dopo Mani Pulite e in quegli anni iniziavano a eccellere i peggiori esempi della politica personale e carrieristica affiancati dalle spinte autonomistiche e dallo scredito delle ideologie e dei loro valori. Ciononostante, accanto all’ascesa di Ciampi, l’Italia si affiderà un po’ di più a una classe dirigente seria che ridarà credito al nostro paese soprattutto sul finire del Secolo Lungo. Furono persone che per l’Italia tra gli anni 1996-2000 fecero davvero operazioni grandi. Oggi Draghi viene sistemato nella situazione in cui la crisi è esplosa, i personalismi sembrano avere la meglio sulla Politica e si sta vivendo una tragedia sanitaria rovinosa come le epidemie di inizio secolo. Viene chiamato per spendere l’investimento enorme del Recovery Found. Stavolta viene chiamato per gestire soldi che hanno bisogno di piani strategicamente politici. Occorre che i piani siamo gestiti con una linea alternativa alla Spending Review, alle finte promesse e alla perenne necessità di consenso finalizzato a sé stesso.

Nei fatti la giornata di sabato è la conferma che qualcuno aveva bisogno di offuscare un progetto realmente popolare. L’unica soddisfazione è che nel ridisegno si è ripreso l’equilibrio anche per questo qualcuno. È evidente che nella squadra si distinguono due forti campanelli d’allarme: la carenza significativa della parità di genere, che non si deve tradurre esclusivamente nelle quote rosa, e il peso rilevante del settentrione sul meridione, su cui il Recovery Plan si proponeva come risposta. Se si guardano le statistiche puramente numeriche del governo pare che si sia verificato un importante balzo all’indietro, si sia riposizionato l’orologio della politica in un’epoca diversa.

Non è certo utile fare la pagella cerimoniale o il riassunto del curriculum di ogni ministro, ma è evidente che il nuovo esecutivo potrà subire battute accentuate sulla gestione dei fondi e sullo sbocco delle politiche in atto. Il ritorno di alcuni personaggi in determinati ministeri e l’impegno di altri nuovi in alcuni sono primi avvertimenti. Il pensiero di Renato Brunetta sulla Pubblica Amministrazione è noto, come molti giuristi e uomini e donne di quell’ambito sanno bene delle opinioni in ambito giudiziario e di diritto della professoressa Cartabia. L’approccio di Mariastella Gelmini alla materia istituzionale è un amaro ricordo, anche se è positivo che non sia lei a occuparsi della scuola dopo il COVID. Tuttavia si deve ricordare che in questi mesi è stata fra coloro che aspramente contestavano le misure del governo appoggiando i colpi di testa delle Regioni. Quel ruolo è essenziale nel raccordo con il Ministero della Salute per fronteggiare tutti insieme la pandemia e vincerla con l’arma del vaccino.

Un’ultima parola va dedicata al premier uscente. Che se ne dica, ma il commiato da parte del personale di palazzo Chigi è la dimostrazione di come la realtà che il fantomatico “sistema” voleva mostrare sia falsa. Su Giuseppe Conte si è detto veramente di tutto, ma l’uscita dal “palazzo” in cui era seduto sulla “poltrona” più importante é l’uscita di un Signore, di uno che ha dimostrato che al primo posto deve starci la politica e quello che si fa al paese é un servizio, non un’esperienza carrieristica. Conte era quello che era entrato come avvocato del popolo con il folle accordo dei Cinque Stelle con il sovranismo buzzurro di Salvini a causa della voglia renziana di assistere mangiando i pop-corn. In una miracolosa estate ha dimostrato di distinguersi nella forma e anche nella sostanza arrivando a diventare un leader serio e capace di rappresentare quella forza centrale che serve all’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile.

L’establishment non sarà contento, ma ancora una volta il tempo è galantuomo. E quando la gente lo dirà non basteranno le sedute psicoanalitiche.

 

Alessandro Ritella