IL COLLEGIO: Un tuffo nel passato per riflettere sul presente

Negli ultimi tempi ho sentito varie persone e commenti molto particolari tra di loro su moltissime questioni, dalle più impegnate socialmente al tempo libero e ai propri hobby. Immagino che un’analisi come questa su un programma reality potrà essere bersagliata, ma credo che proporre un contributo di lettura non sia male sia perché è necessario distinguere tra di loro le programmazioni che vengono proposte dalle varie emittenti sia perché molte volte la cultura televisiva e cinematografica può aiutare a guardare anche gli aspetti più profondi della società.

Martedì scorso si è conclusa la quinta edizione de Il Collegio. Il programma nasce nel 2017 e propone a una ventina di ragazzi tra i 14 e i 17 anni di vivere un esperimento sociale, catapultandoli in un rigoroso convitto studentesco di un’epoca diversa dalla loro. Quest’anno è stato il turno del 1992, anno in cui l’Italia ha conosciuto il volto più disumano della criminalità organizzata con gli omicidi dei magistrati Falcone e Borsellino, ha iniziato a vivere la degenerazione totale della politica complice lo scandalo di Tangentopoli, ha vissuto l’inizio delle spinte autonomistiche in alcune forme partito nel mondo si iniziava a diffondere un generale sentimento di ribellione, mentre la crisi delle ideologie divagava come stava iniziando a diffondersi rapidamente un virus cattivissimo come l’HIV.

Tornando al reality show di Rai2, quest’anno le puntate sono aumentate da sei a otto e hanno avuto, non solo per la maggiore possibilità di racconto, degli sviluppi più particolari rispetto alle scorse edizioni. Per esempio iniziando dal rituale test d’ingresso trasformato in un percorso di selezione, passando per l’attenzione ancora più precisa per i comportamenti dei ragazzi (sono entrati al Convitto Regina Margherita di Anagni in 22 e i diplomati sono stati solo 15 con 9 espulsioni). In generale, a livello televisivo, i programmi che hanno un intento più strutturato ed anche più culturale nel corso del tempo mutano, cioè crescono. Un po’ come il pubblico stesso, seguendoli, cresce. L’aspetto quasi sempre costante in ogni edizione de Il Collegio però rimane uno: porre con il corpo docenti e con le altre figure educatrici e quello che si chiamerebbe “personale ATA” in una qualsiasi scuola un modello ideale. Si pensi ai momenti in cui alcuni professori avvicinano i ragazzi al termine delle lezioni oppure in momenti extra scolastici oppure ancora a tutte quelle volte in cui i sorveglianti non svolgono solo un ruolo di esecutori delle norme imposte, ma provano a capire cosa turba gli allievi in determinate situazioni. Molti si domandano realmente se non sia un qualcosa di recitato, molti altri percepiscono in alcuni atteggiamenti degli studenti una esagerazione quasi surreale, molti altri lo pensano in base al fatto che di didattico si vede soltanto una minima parte.

Sicuramente l’aspetto più emblematico che smentisce accuse di finzione è l’enorme potenza delle emozioni dei collegiali. Che vivano negli anni ‘60 o negli anni ‘90 o nell’attualità sono sempre loro con la loro esuberanza, con la loro personalità e con il loro entusiasmo, che si possono esprimere con tante gradazioni.

Dietro al senso de Il Collegio si può intravedere non tanto un ruolo pedagogico della televisione, ma piuttosto il tentativo di aprire gli occhi su una realtà oggettiva che mostra come si esprimono gli adolescenti di oggi, come gli adolescenti di oggi si relazionano tra di loro e con figure più adulte, come gli adolescenti di oggi si mettono in relazione con un contesto in cui i loro genitori o i loro nonni avevano la loro età. Quello che é sbagliato dire di questo reality é che funge unicamente da fabbrica di nuovi fenomeni social da lanciare nel mercato della tv spazzatura. Non nego che ci possa essere da parte di qualcuno un desiderio di mostrarsi al mondo e di esprimersi con esuberanza, però il reale obiettivo non ha quella direzione.

Oggi è complicato trovare nella televisione un ruolo formativo perché si rischia di incappare anche nei programmi di attualità in sceneggiate al limite del buon gusto, ma anche mostrando semplicemente un gruppo di persone per come sono e per quello che hanno da dire si possono trovare aspetti interessanti che non necessariamente riempiono le pagine di giornaletti scandalistici.

Alessandro Ritella