GOVERNO: Italia, abbiamo un problema!

Molti che leggono ricorderanno senz’altro un film in cui veniva detta questa frase con soggetto Houston. Si premette che non servono più gli appelli alla responsabilità verso gli attori della crisi di governo. L’unica arma rimane la politica, che purtroppo oggi si allontana dalle nostre mani.

Non ce la si è fatta.

Ieri sera Roberto Fico ha aggiornato il Capo dello Stato in merito alla verifica di una possibile maggioranza parlamentare per un governo Conte ter. Ha riconsegnato la realtà dei fatti al mittente. Mattarella ha risposto all’arroganza e alla capricciosità del liberalismo scellerato, condannandolo, seppur apparentemente non sembra. Ma ha dato una sberla al sovranismo populista becero, che ancora una volta si ammalia con i sondaggi, chiedendo le elezioni. Un plauso al Presidente della Repubblica è strameritato. Ha sempre tentato fino all’ultimo di giocare la carta più corretta, quella politica, quella della sapiente mediazione tra le parti, quella che poteva sbloccare questioni centrali per focalizzare il punto sul futuro post pandemico.

Il 2 febbraio 2021 è un’altra delle giornate da segnare come pagina di ignobiltà della politica italiana. Non è la prima, ma sicuramente con questo contesto sociale non doveva neanche essere concepita. È stato deciso che il palazzo deve rimanere dall’altra sponda del fiume rispetto ai cittadini.

Negli ultimi tempi il maggior responsabile del declino del governo Conte bis ha spesso giustificato lo stacco come atto di responsabilità di fronte alle nuove generazioni. Non c’è fesseria più grossa. La fiducia è stata data una volta in questi ultimi anni all’Italia di Conte dall’Europa e il premier dimissionario aveva incassato il più grosso risultato nella partita del Recovery Found. Si stava tentando con il PNRR di mettere al centro il futuro per i nuovi italiani e per l’ambiente in cui dovranno operare. Si potevano utilizzare risorse seriamente in modo politico e creare le condizioni non per un patto di legislatura, ma per un patto generazionale.

Allo stato dell’arte quest’occasione rischia di sfumare miseramente. Certamente il nuovo governo istituzionale non farà l’interesse politico di nessuno. Non ragionerà sul largo orizzonte, ma piuttosto sulla necessità di sicurezza del bilancio. Non è così strano che lo farà ancora una volta con la solita ricetta cara al rigorismo di sistema, toccando gli strati deboli, quelli che già prima erano in difficoltà e oggi sono stati definitivamente messi in ginocchio dalla pandemia. Non è neppure così sicuro che si comporterà come quando l’Italia si metteva alle spalle la stagione del circo berlusconiano dei primi anni 2010. Chi sarà incaricato dovrà tenere in mente che la base sociale, oltre che essere frantumata, é più stremata, più variata, più malconcia.

Probabilmente di scenari impopolari i renziani incalliti non saranno così mortificati perché ancora vanno orgogliosi di essersi distinti come gli amici dei ricchi, di coloro che detengono il potere e dei tagliatori di teste. Erano loro che ritenevano il Jobs Act la riforma innovativa e rivoluzionaria nel mondo del lavoro quando è stata motivo di frantumazione fra le categorie e di crisi nella rappresentanza. Erano loro che addolcivano i ceti medi dando il premio di 80 euro. Erano loro che tentavano di coprire gli occhi ai diciottenni sulla decadenza totale della scuola con il bonus 500 euro.

Quella emersa con la fase attuale era la possibilità di invertire la logica dell’economia e della finanza sopra ai principali diritti universali fondamentali (costituzionalmente legittimi): sanità, scuola e lavoro. Era il momento di leggere la criticità piena nell’accesso ai servizi e nel bisogno di risorse e di strutture efficienti. Era il momento utile per siglare un patto strategico con l’obiettivo del Nuovo Umanesimo.

Sul nome del convocato Mario Draghi non c’è troppo da dire, ma a chi pensa che sarà lui l’asso nella manica bisogna solo dire una cosa: il concetto di adempiere bene un incarico non vuol dire mai niente se non è connotato. Per chi oggi racconta della possibilità vincente con Draghi basta fare un semplice esempio: non è che chi gioca al Real Madrid e viene acquistato dalla Juve farà conquistare a quest’ultima la Champions League. La politica è diversa, ha altre regole. Prima fra tutte dovrebbe avere l’obiettivo di non distruggere la rete sociale, la rete generazionale, la rete di relazioni. Dopodiché deve essere in grado di conciliare le istanze concrete con l’attenzione ai conti e non il contrario.

A chi in queste ore è cosciente di dover tornare al lavoro di docente universitario va dato atto di aver restituito credibilità internazionale seppur non solo avesse Saturno, ma anche tutto il giornalismo, il sistema “bene” delle grandi città, vari pezzi di grandi imprese e dei salotti buoni. Ora però non torna a casa come prima, ma con la consapevolezza che la politica non deve finire quando tramonta l’esperienza di governo.

Il tempo sarà galantuomo. Con tutti.



Alessandro Ritella