EDITORIALE: Un anno senza Nadia Toffa

Un anno fa moriva, dopo un’agonia durata un anno e mezzo a causa di un brutto cancro, Nadia Toffa. Probabilmente data anche l’emittente per la quale lavorava non è una figura vicina a un certo immaginario, però credo che il suo esempio e lo stile particolare lasci un messaggio. Può essere visto come un simbolo di due forme. Una é molto umana e riguarda gli ultimi mesi, quelli in cui molto spesso si è espressa con termini incoraggianti e con una particolare visione ottimista, nonostante che il male che l’avrebbe uccisa di lì a poco invadesse la sua salute. Ci si riferisce a quell’immensità di parole e gesti che vengono da molte testimonianze del dolore. Non voglio dire che tutti i personaggi pubblici che subiscono delle malattie o dei forti dolori diventino poi paladini per tutti coloro che soffrono di qualche malattia, ma proprio grazie ad una parte del patrimonio che ha lasciato Nadia ci sono state reazioni particolarmente riconoscenti e pure in fondatrici di una speranza nuova.
La seconda parte del messaggio che lascia la nota Iena sta proprio nel suo lavoro, la giornalista di inchiesta. Nel corso del tempo si sono conosciute molte personalità che non sono state soltanto delle figure nel mondo del giornalismo, ma hanno firmato articoli di inchiesta importanti, hanno condotto indagini forti e talvolta anche pericolose per il loro taglio.
Se si pensa alla Toffa, va ricordato il suo impegno, iniziato nel 2013, sulla questione dell’Ilva a Taranto, oppure quando nel 2017 era stata madrina della campagna “Ie jesche pacce pe te”, realizzata dal gruppo Amici del Mini Bar del quartiere Tamburi di Taranto e aveva sostenuto la raccolta fondi per il reparto di pediatria dell'Ospedale Santissima Annunziata sempre di Taranto. Diciamo che la lista dei suoi servizi sarebbe molto lunga, ma quello che Nadia - perché lei nel suo modo di fare giornalismo era come un’amica - ha lasciato e ha sempre messo in tutto e la sua straordinaria determinazione e grinta. Una caratteristica importante del giornalismo di inchiesta risiede anche nel coraggio di portare avanti delle battaglie, ma soprattutto é fondamentale riuscire con la propria professionalità a entrare nella vita delle persone non per essere invadenti ma per comprendere il disagio e portare avanti una lotta a cui forse troppo spesso le istituzioni non riescono a rispondere. La Toffa può essere definita nel novero di molti giornalisti che escono dalle loro redazioni o dagli studi televisivi per dare voce a un mondo disgregato, a quel mondo che si sente costantemente disorientato, a quel mondo che si è convinto di non avere più risposte perché non trova orecchie abili ad ascoltarlo.
Molto spesso, non soltanto negli ambienti degli addetti ai lavori, si sente dire che l’epoca odierna manca di coraggio, cioè manca di una caratteristica che ha contraddistinto lotte, talvolta pesanti, per la conquista di diritti per noi elementari a tal punto da essere considerati scontati. Si può dire che la popolare Iena rimane sia per l’oggi che per il giornalismo di domani un modello che incarna tre valori: l’ascolto, essenziale per chi vuole raccontare nelle più varie forme che esistono la realtà, Il coraggio, utile perché quando si vuole parlare di qualcosa bisogna saper tirare fuori al punto giusto gli artigli e non arrendersi, e il cuore, perché in fondo tutti siamo umani e alla fine i problemi si riescono a comprendere in quanto forse in misura diversa li conosciamo anche noi.
Non serve ricordare qualcuno con desiderio di mitizzazione o canonizzazione, ma cogliere il bello che ha trasmesso alla sua società è un movente per stimoli nuovi. Nadia Toffa è stata capace. Anche se in un luogo a volte troppo pieno di quel marcio di cui ci si deve liberare.

Alessandro Ritella