EDITORIALE: Sull’omobitransfobia non passiamo ancora.

Il 17 maggio è diventata una giornata significativa non come altri giorni comandati o celebrativi. In quel giorno nel 1990 l’organizzazione mondiale della sanità compì una delle azioni più ricche di umanità in un’epoca molto particolare. Quel giorno infatti l’omosessualità fu cancellata dalla lista delle malattie mentali nella classifica delle malattie internazionale. Qualche anno più tardi in modo più ufficiale verrà deciso che quello deve essere il giorno in cui si ricorda l’impegno contro l’omofobia, ma anche la bifobia e la transfobia. In quegli anni Novanta la società tutta veniva sconvolta da un qualcosa di incredibile. Anche in quegli anni si diffondeva un virus molto letale e tutti ne erano terrorizzati, molti non ne uscirono e molti altri ne uscirono sconvolti perché persero dei cari affetti. Proprio da lì parti l’impegno da parte di tutta la comunità LGBT nella prevenzione e nell’informazione contro l’HIV che allo stadio terminale diveniva AIDS.

Oggi viviamo nel contesto di un virus decisamente più distruttivo ma sicuramente di portata umana non meno incisiva.

Quest’anno la giornata contro l’omofobia, oltre a risentire come tante iniziative e tanti momenti di impegno della situazione pandemica, é una delle più sentite in assoluto. In questi giorni tante piazze italiane sono state teatro di importanti manifestazioni a sostegno di un disegno di legge, che in queste settimane necessita ancora dell’approvazione al Senato. Se si può fare una battuta politica le battaglie da vincere in Senato sono sempre le più dure. Se si concretizza sull’argomento è imbarazzante vedere come gli organi più importanti della nostra democrazia siano ancora fermi sul primo passo nel percorso dei diritti civili.

È davvero vergognoso sentire uomini politici di lungo corso che si richiamano al nobile valore della democrazia e della libertà condurre una guerra senza fine a una legge di civiltà. È seriamente assurdo assistere ancora alle immagini delle contromanifestazioni alla legge Zan.

Fa particolare ribrezzo la situazione italiana sui diritti civili non tanto perché viviamo in un mondo sostanzialmente ipocrita che si diverte scendendo in piazza al Pride e non coglie che, dietro a quell’iniziativa, ci sono forti rivendicazioni.

È davvero triste non capire che la legge Zan ha due scopi fondamentali in una società del diritto. Dietro a quel disegno di legge c’è l’esigenza di arrivare in Italia all’obiettivo sociale più alto, ovvero la convivenza serena e tollerante di tutte le minoranze e di tutte le libere espressioni. Se si può spiegare con un esempio molto semplice, si potrebbe pensare a quel giovane omosessuale che vive un rapporto di vicinato giusto con una famiglia che si sarebbe detta “tradizionale”. Davanti a quell’iniziativa di legge c’è il cammino che l’Italia deve finalmente avere il coraggio di affrontare. Cinque anni fa applaudivamo alla legge Cirinnà, quella delle unioni civili. Senza ombra di dubbio poteva rappresentare idealmente un passo avanti nella nostra legislazione. Da quel momento molte coppie che in tutta la loro vita hanno sempre sognato di potersi stringere la mano ufficialmente di fronte al sindaco del proprio comune hanno realizzato il loro desiderio. Ma quel passo non bastava e non è ancora sufficiente.

La legge Zan risponde coerentemente allo scopo di percorrere con coraggio quel cammino che la comunità LGBT attende da troppo tempo.

Spesso si sente una cacofonia di fondo fastidiosa. Ci sono veramente tante voci intenzionate a dissuadere l’iniziativa politica o a convincere fette di popolo che questa legge non serve oppure è estremista. In questi casi serve avere la bussola chiara. Occorre che sia orientata proprio su quelle scene delle quali tutti provano un profondo disgusto - o almeno dicono di farlo - perché è il momento di realizzare i diritti.

Non è più il tempo di negare qualcosa a qualcuno specie se questo si chiama diritto alla vita intesa in tutto il suo più naturale the corso.

È chiaro che il Ddl Zan da solo manca di molto, però è proprio questo il primo passaggio utile per fare scoprire anche a quei mondi inconsapevoli l’importanza della tutela e della salvaguardia perenne dei diritti fondamentali. In questo percorso serve essere cauti e dare modo alla società di formarsi e avere coscienza. Non servono attacchi strumentali con l’utilizzo del linguaggio. Non è (ancora) questo il tema. All’orizzonte c’è qualcosa di più arricchente e potente da costruire.

 

Alessandro Ritella