EDITORIALE: Senza quel 25 aprile non esisterebbe il 2 giugno.

Negli ultimi tempi abbiamo compreso a fondo che nulla è scontato. La situazione pandemica e le conseguenze sociali che sta portando ci rendono consapevoli giorno dopo giorno di come nessun aspetto della vita quotidiana, che era spontaneo o davamo per scontato, é imprescindibile.

Ce ne siamo accorti subito quando nel marzo 2020 abbiamo ridimensionato spazi tempi e rapporti umani per le nostre attività. Questo discorso facilmente si è esteso a una vasta serie di valori che da più tempo sono a rischio di essere sottovalutati.

Non è un caso meramente da calendario se in poco più di un mese si avvicendano giornate importanti per una civiltà democratica. Il ricordo e l’impegno per l’antifascismo e la libertà, la centralità del ruolo del Lavoro, la costanza nella lotta per i diritti sono momenti che vengono incoronati con ufficialità dalla giornata di oggi. Per ogni comunità nazionale la ricorrenza del proprio ordinamento è un tratto distintivo fondamentale.

Per l’Italia quest’anno è sentito in modo diverso. Nel 2021 sono 75 anni che gli italiani e le italiane (non va mai dimenticato) si sono espressi con un referendum che chiudeva ufficialmente la stagione monarchica e apriva la nuova era repubblicana.

È bello sentire nella giornata di oggi molti richiami a quella storia leggere pagine in cui si onora il nostro sistema democratico e parlamentare. Allo stesso tempo è dovere riflettere sulla natura della nostra Repubblica. Questa ha vissuto nei suoi primi 75 anni una storia molto particolare, conoscendo fasi diverse e vivendo nel pieno delle trasformazioni sociali, economiche e culturali. Non si è mai sottratta alla sfida più delicata, quella con i tempi, in cui le innovazioni tecnologiche e individuali - che si sarebbero definite in epoca antica la fiumana del progresso - sono state accolte con le più diverse espressioni.

In questa riflessione però si può notare come soprattutto gli ultimi decenni sono stati dei periodi molto duri nel rapporto tra l’istituzione repubblicana e i cittadini. Si è arrivati ad una situazione di totale sbando, in cui si teorizza la necessità di salvarsi dalla propria condizione ed emanciparsi da soli. Nei fatti i passaggi che si sono susseguiti hanno determinato sempre più insistentemente il baratro.

Ciononostante, la nostra Repubblica è rimasta in piedi di fronte alle due crisi più consistenti degli ultimi trent’anni. La prima sembra superata è risolta, ma in realtà lì risiede proprio quel nervo che sta bloccando la determinante azione della buona politica nella società. Appartiene agli anni Novanta, quel periodo in cui sono crollate le ideologie a causa della nuova linea internazionale che si faceva strada e del più grosso scandalo politico di tutta la nostra storia, Tangentopoli. La seconda si sta vivendo negli ultimi anni e non riguarda soltanto lo sfondo pandemico. La crisi economica del 2007-2008, che sconvolse l’intero pianeta, ha acuito le disuguaglianze e suggerito di tralasciare i valori prioritari di un’agenda politica in nome dei bisogni finanziari. Il momento buio che stiamo vivendo oggi sembra riuscire a colpire l’ideologia dell’anti-ideologia. A partire da alcune determinate azioni il paese sta comprendendo che occorre, urge con forza cambiare rotta, dare un colore nuovo all’agenda.

Questa nostra Repubblica, che in quegli anni tra il 1946 e il 1948 vantava la Costituzione più progressista del mondo, si è trovata tante volte di fronte a testimonianze umane, dalle estremamente commoventi alle estremamente entusiasmanti. Pensiamo ai terribili anni di piombo, responsabili di impaurire non solo intere classi dirigenti politiche. Ricordiamo con impegno instancabile la grande lotta delle tantissime vittime innocenti e impegnate contro la mafia in tutte le sue articolazioni. Ascoltiamo notizie preoccupanti sulle vittime italiane nelle missioni di guerra ed in tutti quegli ambiti in cui si proclamava l’umanitarismo e la pace in altre nazioni. Abbiamo vivo ricordo di quelle menti e di quelle braccia che hanno reso grande il nostro paese e i nostri valori in svariati campi, magari senza aver avuto nomine speciali.

In questo breve resoconto storico di 75 anni di vita repubblicana siamo rimasti italiani con due caratteristiche. Se si incomincia dalla prima - anche perché oggi è festa - si deve riconoscere che siamo rimasti un popolo generoso soprattutto nelle difficoltà. Nonostante le spinte egoiste e autonomiste che si sono fatte avanti soprattutto negli anni Novanta e nei primi anni 2000, la bussola italiana è sempre rimasta chiara verso la solidarietà e l’aiuto reciproco. Basterebbe in questo avere memoria delle calamità naturali che sconvolsero delle grosse fette di territorio. Esempi evidenti sono la Firenze del 1966 colpita dall’alluvione o l’Irpinia nei primi anni Ottanta oppure ancora il ritorno alcune stagioni epidemiche in alcune parti del nostro territorio, come fu il colera a Napoli nel 1973. La seconda caratteristica, che non ci rende onore, sta nel rischio sempre più concreto di non cogliere a fondo che i diritti che ci siamo conquistati non sono uno scherzo. Specificare palesemente che senza quel 25 aprile non ci sarebbe mai stato il 2 giugno non è una cosa banale. Quel giorno è una pietra miliare per la nostra Repubblica. Oggi, in questo purtroppo sono stati complici movimenti politici assurdi e fuori luogo, cioè l’eccesso di consapevolezza che quei diritti sono certi e che l’impegno può riposare un po’.

Rischiamo di essere un’Italia unita soltanto davanti all’immagine dei campionati europei e mondiali di calcio, che sono senz’altro un’esperienza arricchente per una cultura fantastica come la nostra. Rischiamo di accorgerci di essere un’Italia unita quando qualcosa di più grande di noi ci fa cogliere l’esigenza di invertire il passo. Lo hanno dimostrato i balconi della prima ondata del COVID.

Oggi il nostro paese vive per la seconda volta il 2 giugno al tempo della pandemia, ma anche questa volta non è solo una giornata che aiuta a fare buone riflessioni e profonde letture. Piuttosto dovrà essere lo stimolo da cui la società deve ricordarsi di essere tale perché c’è una alleanza generazionale, di sangue, di valori ed esperienze per rinascere.

Alla Repubblica che è vissuta dentro a mille peripezie e ha conosciuto le più folli risposte alle più naturali domande lunga vita! 

 

Alessandro Ritella