EDITORIALE: Rispetto per il popolo cubano!

Gli ultimi anni, già da prima della pandemia, hanno visto attimi di continuo fermento per il popolo latinoamericano.

Dapprima con l’arresto dell’ex presidente brasiliano Lula, poi rivelatosi una farsa senza gloria in quanto ultimamente è stato scarcerato, successivamente con il colpo di stato militare in Bolivia che ha deposto il presidente Evo Morales. Già quei due episodi diedero un esito finale che i grandi capitalisti nordamericani, da sempre con l’acquolina in bocca per le risorse di quei paesi, non si sarebbero mai aspettati. Lula appunto nel mese di marzo ha ottenuto la possibilità di ricandidarsi e la boliviana Guaidò é stata sonoramente bocciata dalle elezioni popolari che hanno rivisto il Movimento per il Socialismo tornare alla presidenza di quello stato.

Sono solo due esempi di come una gran parte del sistema occidentale e di quello che ha sempre giovato dalla globalizzazione selvaggia sia completamente lontana dalla realtà. I motivi che accomunano tutti i casi sudamericani, compreso l’argomento di questo editoriale, sono l’appetito delle multinazionali e il contesto socio-culturale e politico che ha contraddistinto tutti i presidenti latinoamericani, quasi sempre espressione delle lotte contadine e delle comunità latine e indios.

La situazione cubana è sempre stata molto particolare.

Da quando i rivoluzionari capeggiati da Fidel Castro si sono insorti e hanno avuto la meglio sul governo dittatoriale di Fulgencio Batista, Cuba ha vissuto per più di cinquant’anni nel tentativo di un isolamento politico becero e lo ha attraversato con una tendenza particolare. Era sì uno stato socialista, ma sempre a capo del movimento dei non allineati, coloro che, durante la Guerra Fredda, non stavano né dalla parte del liberalismo liberista statunitense né con il blocco sovietico. In quel contesto storico Cuba ha avuto una crescita nei servizi alla popolazione incredibile. Basterebbe guardare i dati sull’alfabetizzazione e l’efficienza del servizio sanitario pubblico per rendersene conto. Vissuti più di cinquant’anni di una situazione faticosa, Barack Obama tentò il dialogo e riuscì a sopprimere la piaga dell’embargo. Come la storia racconta, arrivò la megalomania di Trump, che provò di nuovo a sparigliare le carte su quella popolazione. Allo stato dell’arte ci si trova con un nuovo presidente e con una linea che non sembra dissimile dai predecessori di Obama alla Casa Bianca.

In questi giorni sta facendo molto chiacchierare il voto dell'Italia e dei paesi principali europei contro una risoluzione presentata da Cina, Azerbaijan e Territori Palestinesi nel novero del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite per eliminare le sanzioni, embargo cubano compreso. Il ministro Di Maio peraltro ha smentito che l’Italia ha espresso il suo voto contrario.

È una grossa discussione internazionale quella della politica delle sanzioni. Nel corso degli ultimi anni - quando non è stata aggirata dagli stessi stati occidentali che la propugnavano - ha spesso suscitato potenti spiriti nazionalisti e isolazionisti nei paesi colpiti da tali provvedimenti.

In realtà anche quella risoluzione contro tutte le sanzioni è un qualcosa di più ampio rispetto alla situazione cubana. Ci sono molti Stati che vivono politiche dure dettate dagli organi internazionali. Oltre a Cuba ci sono il Myanmar, la Siria, la Corea del Nord, il Venezuela. Ognuno va affrontato autonomamente viste le caratteristiche profondamente diverse tra di loro, alcuni con problemi profondi sul versante dei diritti umani. Va ricordato che l'Assemblea Generale dell'Onu ha votato più di una risoluzione per rimuovere l'embargo, con appena due voti contrari di Usa e Israele.

Ciò però non basta. Come non è stata sufficiente la visita di Obama a Cuba.

Il fatto che l’agenda Biden sulla questione cubana e su tutto il Sudamerica non sia ancora chiara è un tema piuttosto preoccupante. È necessario rilanciare un’iniziativa vera, del Parlamento, per riaprire la partita del “Bloqueo”.

Unitariamente si dovrebbe fare uno sforzo perché le questioni di politica estera non siano lasciate dopo ma che siano un esempio sulla via del solidarismo mutuale e della diplomazia. Non sono stati molti gli aiuti per il nostro paese durante l’emergenza sanitaria. Uno di quei pochi, assieme alla Cina, lo diede proprio quella piccola isola, mandando forze umane per sostenere il nostro sistema sanitario.

Non lasciamoci trasportare dalla solita e antica retorica che ha fatto da slogan nella Guerra Fredda e sta producendo i drammatici effetti che vediamo ancora tutti i giorni.



Alessandro Ritella