EDITORIALE: L’eredità morale di Enrico Berlinguer.

La politica italiana da all’incirca cinquant’anni conosce un mito assoluto. Magari se ne riempie troppo la bocca oppure è valorizzato al punto da canonizzarlo o in altri casi non comprende neppure a fondo il messaggio che ha lasciato seppur fosse detto con le parole del linguaggio popolare.

Enrico Berlinguer ancora oggi anche per le generazioni che lo hanno vissuto poco o non lo hanno vissuto per niente è una di quelle figure che la politica a volte percepisce come attuale.

Non vogliono le riflessioni di oggi essere un manifesto di idolatria o per notare le mancanze che la cultura politica di oggi esprime, ma piuttosto lasciare qualche spunto critico rispetto a un tema che quel grande leader comunista ha lasciato in eredità quasi come avvertimento rispetto ad avvenimenti che si sarebbero consumati di lì a pochi decenni.

È nota un’intervista Eugenio Scalfari del 1981, che, a 100 anni dalla nascita del PCI e a 40 da quelle dichiarazioni, appare come il monito che va ripreso soprattutto da quelle forze politiche che si richiamano all’idea di politica e organizzazione come comunità che devono migliorare la società riformandola. Lì Berlinguer diceva: 

“La questione morale esiste da tempo. Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.”

Se si chiacchiera con i frequentatori dei mercati o si ascoltano le discussioni più informali fra le persone si è diffuso un mantra è realmente drammatico e al tempo stesso innegabile di fronte a ciò che esiste. Ormai si sente solo più dire che chi sta in alto si preoccupa solo dei propri interessi, al di là della fazione politica. Si è sviluppato con maggiore intensità il concetto che la politica è solo governo, appannando quasi completamente l’idea di comunità di persone provenienti da strati sociali diversi con percezioni e condizioni differenti che si confrontano per proporre azioni concrete. Lo scollamento fra il popolo, in particolare coloro che negli ultimi vent’anni hanno pagato il prezzo più caro delle diseguaglianze, e le istituzioni, dalle più prossime salendo, ha raggiunto il punto più alto esprimendo nelle forme più disparate un’invidia talmente intollerabile da mettere addirittura guerra fra le opinioni.

Questo sentimento così prepotente è scatenato dal bisogno di riaffermare la questione morale. Occorre non dimenticare quei limiti inoltre passabili indispensabili sia per fare politica sia per contribuire in una società libera ed equa.

In quell’intervista Berlinguer continuava dicendo: 

“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo, gli enti locali, gli enti di previdenza, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali.”

Esprimendosi così non ci vuole molto a capire che ci si riferisce al fatto che negli anni ‘80 i partiti stavano iniziando a diventare macchine di potere. Oggi questo aspetto è esploso. Quei soggetti non soltanto sono diventati strumenti per acquisire sempre più controllo e comando, ma sono divenuti in modalità operative con le quali si deve esprimere l’ego smisurato del leader o delle figure di punta. Non è un caso se le stesse persone che sentiamo lamentarsi di una politica assente rispetto ai problemi quotidiani avvertono il fatto che i politici si fanno vedere quando si avvicinano le elezioni. Senza il rapporto con quella popolazione la politica rischia l’asfissia tra la prepotenza di pochi e l’arroganza dell’antipolitica.

Su questo si potrebbe fare memoria di che cos’era il PCI, partito di cui Berlinguer è stato probabilmente il segretario più amato. Quella comunità politica è riuscita a guadagnarsi il merito di essere il più grande partito comunista del mondo ci dentale e il primo partito cattolico italiano perché sapeva interpretare i bisogni più vicini alle persone con l’esigenza di essere una forza di governo popolare. In settant’anni di storia di quel partito i comunisti non hanno mai governato a livello nazionale, ma si sono sempre distinti nelle amministrazioni locali in cui il rapporto con i cittadini doveva affiancarsi ad una moralità integra.

Tralasciando gli aneddoti di cui a volte si sente parlare, il PCI di Berlinguer e non solo ha l’enorme merito di aver visto molto più largo della realtà dei suoi tempi. Gli anni Ottanta hanno solo annunciato una svolta storica che successivamente avrebbe mostrato le conseguenze che conosciamo.

L’errore probabilmente è stato nella mancanza di un approfondimento della questione morale, ma l’urgenza di oggi chiama la politica onesta a gridare.

Gli ultimi vent’anni hanno raccontato il punto più basso del degrado socioculturale. Fare tanti esempi diventerebbe noioso, ma basterebbe ricordarsi il ventennio di dominio assoluto di Berlusconi. Quell’imprenditore milanese è sceso in campo con l’idea di disintegrare il sistema politico con un culto della personalità liberale moderato arrivando a strizzare l’occhio al mero capitalismo statunitense e accompagnando l’Italia verso la perdita di credibilità con gli scandali rosa e l’ambiguità dei rapporti con la criminalità organizzata. Durante e dopo di lui hanno continuato ad affermarsi individui sulla scena politica completamente disinteressati e facilmente abbordabili grazie all’utilizzo del Dio denaro e del sistema clientelare. In questi ultimi anni si sono viste susseguire le più assurde relazioni che la politica può intrattenere. I piemontesi hanno fresco il ricordo di Roberto Rosso, indimenticabile assessore regionale e parlamentare di centrodestra un po’ immanicato con la mafia, un po’ amico dei fascisti di ritorno.

Da questa degenerazione il centro-sinistra rischia di non essere indenne. Non è solo argomento che riempie di contenuto una puntata di Report, ma è il punto più basso di quella stagione in cui si è accettato di soggiacere alla tendenza dominante per provare a sopravvivere.

La televisione, i social e i giornali accolgono sempre titoloni in cui si parla dell’esigenza di un rinnovamento, ma sarà mai possibile senza aver archiviato gli anni dell’ambiguità?! Sarà mai possibile senza avere in tasca la bussola dell’integrità morale, che non è la lista della sobrietà etica?! Sarà mai possibile senza aver lasciato alle spalle il concetto di politica come carriera e aver ripreso quello di strumento per migliorare la società facendo intervenire quelle parti più deboli?!

 

Alessandro Ritella