EDITORIALE: L’emergenza è finita o no?

A volte, osservando la propria quotidianità e conoscendo la difficile situazione sanitaria che per buona parte abbiamo trascorso ma che comunque stiamo ancora trascorrendo, possono sorgere in mente alcuni dubbi. Uno di questi é se ci sia nel contesto attuale la percezione del fatto che l’emergenza sanitaria sia finita. È assolutamente vero quando si avverte da più parti, per le strade e tra le proprie conoscenze, una sensazione di sfinimento rispetto al distanziamento e alla pressante attenzione rigorosa, ma la risposta non deve essere tarata con toni istintivi e passionali. Le immagini dal convegno negazionista in Senato di lunedì scorso parlano abbastanza da sole: mostrano come una parte di mondo politico e culturale non abbia compreso il momento presente e non abbia la capacità, seppur dimostra di avere un potente apparato comunicatore, di fare scelte con consapevolezza e utilizzando l’adeguata coscienza.

Venendo al merito del voto di questa settimana alle camere sulla proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre, bisogna ricordare che non si può andare correre un’altra volta in una picchiata dei contagi come in primavera.

Nel caso di una soluzione diversa rispetto alla proroga non si può negare che il rischio sarebbe stato quello di concludere con un “liberi tutti” mortale. Basta guardare il mondo, che vede molti paesi in cui il virus continua a circolare incessantemente. I dati mondiali sono ben noti e il pericolo del “non si esclude il ritorno” non è un fatto strano. La proroga non è solo una scelta obbligata, ma in coerenza rispetto a due principi, che hanno guidato il Ministro della Salute, in primo luogo all’interno del governo e anche a livello internazionale. In una situazione confermata dall’oggettività dei dati, é stato essenziale muoversi con cautela e prudenza. Il motivo in questo caso corrisponde con l'obiettivo, che doveva avere quella scelta, cioè di mantenere il paese sicuro e di trasmettere anche all'esterno che l'Italia si stava attrezzando in modo sicuro. Si ricordi quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato l'Italia per le scelte fatte come un esempio da seguire per la comunità internazionale, in contrasto con quelle degli Stati Uniti d'America o del Brasile o de Regno Unito. Il secondo principio di onestà entro cui ci si è mossi è quello della responsabilità all’interno della gerarchia dei valori: la salute viene prima di tutto ed è un bene pubblico fondamentale. È questo un dovere morale specie quando la propria bussola e il Servizio Sanitario Nazionale ispirato completamente all’articolo 32 sella Costituzione.

La responsabilità però non è solo quella che chiama all’appello i buoni governanti per rifarsi al Servizio Sanitario Nazionale, ma è pure quella che, nel realizzare il secondo e più difficile obiettivo, la ripresa dell'economia e dell’intero sistema che essa muove, si pone una precondizione: la salute del Paese e la salute dei cittadini sono intoccabili per tutele e difese. Non deve mai esistere una contrapposizione tra salute ed economia, anzi bisogna ricordarsi sempre molto attentamente che le due funzionano se sono in sintonia. Da una parte le tutele e le garanzie sulla salute e un sistema sanitario pubblico e senza distinzioni sono motivo di forza nella produzione e dall’altra il comparto salute ha bisogno di essere valorizzato con strumenti e risorse continui.

Infine per dirne una a chi ribatte sulla procedura con cui il governo sta agendo, si ricordi che un anno fa c’era chi gridava dal Papeete, mentre era ministro dell’interno, di voler per primo pieni poteri dagli italiani e piuttosto veda la linearità nella decisione di condividere con il Parlamento la scelta di prorogare, dopo una fase difficile e complessa, lo stato di emergenza. E facciamo attenzione che era lo stesso che nelle prime settimane delirava sull’aprire e chiudere e in Senato si è vantato di non avere la mascherina.


Alessandro Ritella