EDITORIALE: L’aborto non è un ricatto alla vita!

La giunta regionale piemontese di centro-destra è nota per essere una di quelle più spostate a destra che a centro. Si continua a proporre in una veste conosciuta, di cui si vorrebbero mantenere molto nette le distanze. Si sta comportando come noto in tutti gli aspetti più vitali per la vita dei piemontesi. In questi ultimi giorni, al netto di alcune polemiche sterili, si sono palesati soprattutto in due iniziative: una riguarda lo smantellamento della legge 9/2016 per prevenire e contrastare il gioco d’azzardo patologico, sul quale i consiglieri di opposizione, cui va un plauso non da poco, si sono attivati diligentemente perché la vita vale molto di più di una slot; la seconda è un cruccio evidentemente troppo scomodo per la destra regressiva, per quella che non ama la libertà delle donne e che non comprende il dolore che le donne provano nel percorso di interruzione volontaria di gravidanza. Ancora una volta la maggioranza capitanata dal presidente Alberto Cirio vuole mettere mano prepotentemente contro un diritto che i movimenti femministi sono riusciti a ottenere dopo tante lotte e una orribile clandestinità.

Durante questa emergenza sanitaria, la giunta infatti ha emanato un bando che consentirà alle organizzazioni anti-abortiste di proporre la loro propaganda ideologica all'interno di ospedali e consultori. A muovere le coscienze è proprio la storia delle tante donne che si vedono negare un diritto, non formalmente, bensì con il racconto psicologicamente traumatico della incomprensibile obiezione di coscienza. Quell’atteggiamento che tocca molti ginecologi e medici che non sono medici nell’assoluto interesse della salute pubblica, ma fanno qualcosa in nome del mero interesse. Sicuramente sappiamo che questo è un virus che tocca molte categorie e spesso colpisce quelle che hanno come missione quella di garantire l’universalità dei diritti riconosciuti.

Accanto a questa realtà sempre più antipatica e snervante, il Piemonte e l’Italia intera e descrivono una lotta contro il tempo e contro la burocrazia, sempre più alleati di quel personale sanitario che dalle statistiche si rivela con la più alta percentuale di obiezione. Sicuramente al presidente Cirio e all’assessore Icardi si potrebbe chiedere di rispondere con meno chiacchiere e più senso di responsabilità alle priorità del tempo presente e non a riportare indietro le lancette del tempo. Senza dubbio sarebbe miglior servizio se questi si occupassero della vittoria sulla pandemia e della collaborazione costante in una efficace campagna di vaccinazione.

L’atteggiamento della compagnia in capo a Cirio e all’assessore Icardi é spaventoso. E lo diventa sempre più se, facendo uno sforzo di memoria, si va nell’Italia centrale. Le regioni Marche, Umbria e Abruzzo, tutte e tre passate da amministrazioni di centro-sinistra a centrodestra, si sono mosse con una vera e propria offensiva contro il diritto ad abortire. Basti pensare alla scorsa estate umbra e gli ostacoli alla somministrazione della pillola RU486 fino ad arrivare all’inserimento di associazioni cattoliche dentro i consultori per le donne intenzionate ad abortire. Tutti quei tentativi volevano andare verso le riforme, annunciate o vicine all’approvazione, dalle giunte regionali. Quelle che stanno ispirando l’azione piemontese sono tutte espressioni locali dell’arretramento culturale voluto dalle frange della “destra istituzionale” già presenti in quell’immenso teatro del congresso delle famiglie veronese di due anni fa.

Fermare queste restrizioni é il dovere di una società che crede nell’autodeterminazione e nei diritti che hanno reso più libere le donne.

La reazione delle reti femministe marchigiane, umbre e abruzzesi non è stata leggera. È stata e deve rimanere monito in nome del fine per cui non bisogna stare in silenzio.

È sempre più necessario difendere quello per cui negli anni Settanta del secolo scorso molte donne vittime si sono battute. In questo frangente è sempre più importante farsi testimoni dell’utilità della legge 194. È vero che il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di essere più incoraggiato dalle lezioni che la pandemia ci lascia, ma è pur vero che è ora il tempo di rivendicare pochi punti semplici in onore di quelle martiri dell’abuso e della violenza pazza. L’accesso gratuito alla contraccezione ed alle cure ginecologiche, la garanzia e la sicurezza dell’interruzione volontaria di gravidanza in ogni ospedale, un'educazione sessuale nelle scuole per una sessualità libera e consapevole, la necessità di consultori accessibili, accoglienti e finanziati dal SSN come luoghi volti all’accoglienza dei casi più critici e gravi sono motivi buoni per non fermarsi a un diritto scritto in una legge, ma ad andare oltre.

Oggi Torino, attenta al tempo in cui vive, scende in piazza in due momenti e in due luoghi diversi perché l’autodeterminazione ed il diritto all’aborto non sono un contentino che si dà a qualcuno, ma sono diritti e, come tali, meritano rispetto, anche fosse una sola donna l’utente finale.

 

Alessandro Ritella