EDITORIALE: La nostra lingua è l’italiano o l’inglese?

Durante la visita al centro vaccinale anti-COVID di Fiumicino, spiegando alcune delle misure che il governo avrebbe adottato per fronteggiare la crisi economica derivata da quella sanitaria, il premier Mario Draghi si è lasciato scappare una battuta che non pochi hanno ripreso: “chissà perché dobbiamo usare tutte queste parole inglesi”.

È già da alcuni decenni che non solo nella popolazione inconscia, ma anche tra gli studiosi della lingua si fanno strada molti nuovi vocaboli in uso nelle lingue straniere. In parole più semplici è da molti anni che la nostra lingua è ricca di forestierismi che usiamo molto comunemente. Li utilizziamo talmente tanto che servono anche per descrivere delle misure economiche e politiche.

Il dibattito sull’evoluzione linguistica e sull’uso delle nuove introduzioni è un qualcosa che va oltre alla semplice grammatica, ma aiuta anche la sociologia e la politica.

Personalmente basta fare un’indagine su come ci si rivolge ai vari gruppi di persone che durante il corso della giornata o della settimana si incontrano. È ovvio che in un contesto di confidenza si parli e in modo meno organizzato e più spigliato e in momenti più impegnativi si cerchi di arricchire la propria capacità di linguaggio, ma sempre di più in tutte le situazioni gli influssi delle lingue straniere e in particolare della lingua inglese sono molto pregnanti. In questa situazione di emergenza ancora di più alcune parole inglesi si sono sostituite ai corrispettivi italiani. Banalmente si è usato molto di più dire Lockdown che quarantena oppure smart-working piuttosto che telelavoro oppure ancora Recovery Plan piuttosto che Piano di Ripresa.

Sul corso della lingua italiana si possono fare veramente molte riflessioni, ma è giusto focalizzare l’accento su due aspetti storici per dire una cosa semplice: ci si avvicina sempre di più al rischio di non far comprendere argomenti importanti a una platea vasta di popolazione.

Se si guarda a quaranta o cinquant’anni fa la lingua italiana aveva un altro grande competitore interno nella popolazione particolarmente più profonda. Si pensi in particolare al sud oppure anche in alcune piccole comunità nel nord, in cui la lingua italiana doveva fare i conti con l’immenso patrimonio dialettale. In molti di quei contesti sociali il dialetto e le varianti locali avevano il loro peso nella popolazione. Il linguaggio familiare era proprio più conservativo rispetto a quello che si poteva trovare in una qualsiasi città industriale o in via di sviluppo. Negli anni si è riusciti faticosamente a dare vita a quello che poteva essere una civile convivenza tra la lingua nazionale e questo patrimonio di tradizioni, anche se è evidente che l’italiano abbia occupato sempre più posto pure nella compagine locale. Gli anni della globalizzazione hanno portato prepotentemente gli influssi di cui oggi ci si trova a fare alcune considerazioni. Inizialmente con il linguaggio specifico di alcune materie particolari, l’informatica ad esempio, successivamente si è fatto strada con forza lo slang, un modo gergale tra giovani generazioni oppure con cui le nuove leve esprimevano la discontinuità. Molte di queste cose sono rimaste, però il fulcro della questione non risiede nella permanenza del forestierismo.

Il tema che deve preoccupare la società é la prepotenza con cui l’influsso di una lingua straniera entra nei codici, quindi anche nella comunicazione che deve essere la più efficace in assoluto perché merita di essere compresa da tutti i cittadini. Non bisogna spostare ideologicamente il dibattito sull’essere puristi e conservatori della lingua perché un messaggio va comunicato al di là delle barriere e va fatto comprendere davvero a tutti. È vero che il nostro sistema punta a dare una conoscenza ampia anche di ciò che si muove e di come ci si comporta fuori dai nostri confini nazionali, ma dentro a questo argomento c’è anche, in relazione ai confini continentali, l’obiettivo di federare le forze e non di annullarle.

Qualsiasi messaggio e comunicazione dai livelli che governano e orientano le linee politiche strategiche va fatto comprendere e va spiegato nel modo più chiaro sia al professore universitario che all’operaio di una multinazionale. Le differenze nell’accesso agli studi o nella ricerca intellettuale sono evidenti fra le categorie sociali e queste aumentano proporzionalmente in base a come la politica negli anni si è distaccata dal vero senso di educazione. La questione dolente rimane però una: chi è chiamato a gestire la cosa pubblica deve essere compreso e il suo obiettivo è che tutti abbiano chiaro il programma e le linee da adottare per realizzarlo.

Ha ragione il presidente del consiglio quando fa quella battuta a Fiumicino. E la cosa particolare è che arrivi da un uomo come lui che ha sempre avuto una forte vocazione europeista e di forte dialogo internazionale.

È molto particolare che sia una discussione così attuale nel Settecentesimo anniversario della morte di Dante. Come in quei tempi c’era il bisogno che la letteratura si adattasse alla questione linguistica dunque all’affermazione del volgare e alla progressiva scomparsa del latino, oggi le evoluzioni in atto nella lingua corrono molto veloce e c’è il rischio che questo sia un elemento dentro quel fiume che lascia indietro le solite vittime.

 

Alessandro Ritella