EDITORIALE: la Donna al secondo 8 marzo durante il Coronavirus

Si dice che l’8 marzo di 113 anni fa a New York in un’industria tessile 134 operaie non riuscirono a scappare da un incendio nel loro posto di lavoro, rimanendovi intrappolate e morendo.

In quei primi bagliori del XX secolo i movimenti operai e socialisti si interrogavano sulla questione femminile sul voto alle donne non soltanto come questione di diritti, ma aleggiava in quelle riunioni e nelle manifestazioni anche giustamente veementi l’idea di emancipazione.

Da quegli anni molte lotte, battaglie lunghe e grandi folle parlarono di orgoglio femminile. Si sparsero in tutto il mondo. In Italia abbiamo conosciuto gli anni del femminismo, quelli in cui le donne non si accontentavano del diritto al voto. Gli anni Settanta furono il modo di esprimersi per riconoscere il diritto di una donna a non vivere oppressa dalla prepotenza del proprio uomo e di non trascinarsi il dolore della violenza. Gli anni Ottanta raccontarono la donna in carriera, lo fecero con il patrimonio culturale, lo fecero mostrando la nuova moda emergente. Nacquero i primi centri antiviolenza. Abbiamo visto le migliori eccellenze femminili assumere ruoli importanti. Le abbiamo viste incoronate con i migliori premi, dal Nobel all’Oscar.

L’8 marzo di un anno fa si provava grande trepidazione e angoscia perché si stava incominciando a capire che quel virus strano che ha portato milioni di vittime in tutto il mondo avrebbe sconvolto le nostre vite. Quel brutto nemico si chiamava Coronavirus e ha costretto tante donne italiane ed europee a restare a casa. Per tante donne più o meno giovani questo non è stato un fatto positivo, già nel loro immaginario erano coscienti che non sarebbe stata una buona notizia.

C’erano donne che vivevano quei giorni come drammatici perché avevano in mente che quel rimanere a casa non erano ferie omaggio date dal posto di lavoro. Si consumavano per loro pensieri da mangiarsi le mani. E a ragion veduta. Quelle più fortunate occupa attivamente parlando erano in smart working, ma al contempo in casa diventata luogo di lavoro c’erano i bambini da accudire o i ragazzi che vivevano la loro quotidianità scolastica. Quelle con un solo dispositivo elettronico in casa faticavano il doppio.

C’erano donne che vivevano male gli attimi del primo DPCM perché conoscevano l’uomo che condivideva con loro la stessa casa e la paternità dei loro figli nel caso ci fossero. Sapevano che sarebbe stata molto più dura vivere con un compagno o magari con altri uomini che le avrebbero maltrattate e disprezzate ancora di più. Probabilmente perché quella pandemia aveva causato la perdita del posto di lavoro oppure perché aveva sconvolto l’emotività della famiglia oppure perché vivere 24 ore su 24 in casa voleva significare avere il possesso completo.

Queste sono alcune premesse a un periodo che per la donna è stato ancora più negativo. Nel periodo più critico, ovvero i primi 10 mesi del 2020, in Italia si registrano 91 femminicidi, un numero notevole soprattutto se si scopre che questi sono per l’89% in famiglia. E il 2021 non si apre bene con la prima decina di vittime, dai 18 mesi ai 70 anni. Bambine, ragazze e donne sfruttate dalla cattiveria di alcuni uomini che non sanno comportarsi. Sono tutte donne uccise non solo da uno o più uomini che hanno abusato di loro o le hanno vessate o violentate psicologicamente, ma da un’indifferenza cattiva. Questa volta acuita da un momento emergenziale che in più occasioni ha rischiato di togliere la voce a questo tema.

Oggi è la festa della donna ed è già la seconda che si vive durante il Coronavirus, durante un periodo nero, durante un momento in cui l’angoscia e il disorientamento si accompagnano alla paura. Non si può pensare a una giornata internazionale della donna con il più vago ottimismo o con il più bell’orgoglio di avere delle donne forti e combattive, delle donne generose e amorevoli, delle donne amiche e confidenti. Quest’anno non è possibile. Si può fare un’altra cosa.

Non smettere mai di abbassare la guardia contro la violenza e ricordare che la festa della donna non è solo in una serata intima tra amiche o non è soltanto la cena nel più bel ristorante e non è tantomeno rientrare in casa con il più bel mazzo di rose o di mimose. Piuttosto occorre iniziare a non definirle “il sesso debole” e imbracciare con coraggio la causa dell’emancipazione in alcuni casi molto lontana della donna. È indispensabile capire che c’è bisogno di uno sguardo largo, una visione conscia che tutte e tutti siamo motore della società. Non è solo una questione di usare più quote rosa. C’è qualcosa di più dietro a un investimento sulle energie femminili. C’è la consapevolezza che proprio grazie alle donne ogni civiltà ha saputo evolversi. C’è la scommessa che le donne sono portatrici di risorse indispensabili.

Dunque a tutte le donne che hanno sofferto la crisi economica, alle donne che sono state vittime di un virus morboso che si annida nelle peggiori menti maschili, alle donne che non vengono rispettate dei loro ex compagni o ex mariti e che danno da mangiare ai loro figli da sole, a tutte quelle donne che sono responsabili di loro stesse e delle loro famiglie, buona giornata!

E ai nostri governanti un monito perché davvero le cose che si discutono in questi mesi non vengano buttate via, ma siano progetti reali per un’idea di società con una vera equità di genere.

 

Alessandro Ritella