EDITORIALE: Il buon senso è un fallimento! Ci serve l'esercito?

Stiamo vivendo un periodo particolare, non c'è dubbio. Sicuramente non è semplice né dal punto di vista psicologico né dal punto di vista umano. Rimanere distanti dalle persone, non poterle vedere, non poterle abbracciare, non poter andare nel locale dove eravamo abituati a prendere il nostro cocktail preferito o, semplicemente, andare a prendere una pizza.
Nessuno, nemmeno io, può dire che questa situazione sia facile. Nessuno.

Quello che dovremmo mettere sul piatto della bilancia è, però, una cosa decisamente diversa e si chiama "rispetto".
Quanto rispetto portiamo per le persone ricoverate in ospedale?
Quanto rispetto portiamo per i medici, gli infermieri o gli OSS che, durante la prima ondata, chiamavamo "eroi"?
Quanto rispetto portiamo per chi ha patologie o è un soggetto a rischio ed è costretto ad uscire di casa per motivi di lavoro o sanitari?
Quanto rispetto portiamo per i quasi 75 MILA MORTI a causa del Covid in Italia?

Quanto rispetto portiamo a queste persone quando decidiamo di non rispettare le regole? Di uscire e non usare la mascherina? Quando, non volendo fare un sacrificio, decidiamo comunque di incontrare amici, conoscenti o parenti e creare assembramenti?
Quanto rispetto portiamo per i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari che lavorano 12, 14, 16 ore al giorno con tute dalla testa ai piedi, quando non pensiamo al rischio di uscire e creare assembramenti?

Volete una risposta? ZERO! Non abbiamo nemmeno il senso di colpa nel fare queste cose perché non sappiamo cosa sia il buon senso e il rispetto.

Il buon senso, in Italia, è un fallimento. Senza sé e senza ma.
Non serve, da parte dei politici, continuare a dire che puntiamo sulla fiducia nei cittadini perché non la abbiamo. 

E' vero, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce e, di conseguenza, fa più notizia il fatto che ci siano 10 mila persone in via Garibaldi a Torino per fare shopping piuttosto che le centinaia di migliaia di persone che invece rispettano le regole e stanno a casa.
Ma questo non basta a farci sentire cittadini consapevoli.

Una persona per strada, in questo periodo difficile, è un pericolo. Per tutti. Il virus è subdolo, non lo vediamo e, spesso, non lo sentiamo. Molti sono gli asintomatici ( secondo il governo il 90% dei contagiati ). Il rischio che la persona con cui state parlando abbia contratto il virus ma non abbia sintomi è altissimo.

Proviamo a riflettere su una cosa: perché in Cina sono arrivati a "contagio zero" in meno tempo di noi?
Perché lì, culturalmente, le regole si rispettano e non si discutono.
Durante la prima ondata i soldati andavano casa per casa a cercare i cittadini, i droni monitoravano le strade. A noi, che viviamo in quella che amiamo chiamare "democrazia" ci sembra folle, ma forse, davanti alla situazione che stiamo vivendo, è l'unica soluzione.

Non possiamo certo fermare il Paese, non possiamo certo fermare l'economia (chi vi scrive ha due attività da mandare avanti e sa bene cosa voglia dire), non possiamo certo distruggere i rapporti sociali. Quello che dobbiamo fare è metterci una mano sulla coscienza e cercare di capire quanto rispetto vogliamo portare a chi è morto a causa di questa schifosa pandemia e al rischio che corriamo a non rispettare le regole.
E' come guidare dopo aver bevuto: se ci schiantiamo contro un palo è selezione naturale ma se andiamo contro un'altra macchina e uccidiamo chi c'era dall'altra parte è un peso che non possiamo toglierci dalla coscienza e, soprattutto, siamo diventati un problema sociale. Per colpa nostra qualcuno ha perso la vita e noi, invece, continuiamo a scorazzare per strada.

Pensiamoci, perché tra quegli anziani che muoiono potrebbe esserci nostro nonno, nostra nonna o nostra madre. Non so voi, ma io non me lo perdonerei se mia madre morisse per colpa mia. Figuriamoci se morisse per colpa di qualcuno che non è riuscito a evitare di fare la festa per il compleanno o per capodanno.

Gabriele Cannone