EDITORIALE: don Aldo, uno sportivo dall’animo salesiano

Cinque anni fa, nel mezzo di un agosto caldo come tanti e con una Torino più colorata dopo il grande evento internazionale per celebrare il bicentenario dalla nascita di don Bosco, dalla Valtournenche arrivava una notizia triste. Triste per l’associazione OASI - OMG, che aveva fondato sul finire degli anni ‘60 in Borgo San Paolo a Torino. Triste per i salesiani, che erano la congregazione nella quale aveva scelto di dire sì alla chiamata di Dio. Triste per il mondo dello sport che per tanti anni aveva visto il suo servizio come cappellano del Torino Calcio. Cinque anni fa moriva don Aldo Rabino. Nato a Torino il 15 luglio 1939, era un uomo che aveva scelto, dopo essere stato una promessa nel calcio giovanile, come vocazione quella di seguire il padre e maestro dei giovani e soprattutto i più poveri nella missione. Da giovane prete nel 1969, fondando l’associazione Ora Amici Sempre Insieme, si è spinto verso coloro ancora più in difficoltà nell’oltreoceano, arrivando in America Latina con i primi volontari che era riuscito ad avvicinare. Oggi in quei luoghi la sua opera vede il lebbrosario Sao Juliao e l’impegno dei molti volontari che negli anni ha conosciuto e cui ha trasmesso la cultura del servizio e sella carità. Tornato in Italia, si è speso nell’insegnamento e nella cultura dei fanciulli più poveri e talvolta lasciati nei margini dapprima nel quartiere San Paolo, a quegli anni profondamente segnato dal periodo di industrializzazione e del miracolo economico, e poi nei centri Laura Vicuña di Rivalta e di Maen, dove ancora oggi si ritrovano campi estivi e tornei sportivi. Nel 1971 diviene il cappellano del Torino Calcio, seguendo la cura spirituale dai bambini fino alla Prima Squadra. Sono proprio questi gli anni in cui si concretizza ancora di più l’impegno nell’educazione attraverso lo sport.

Lo sport non è un fine e nemmeno un mezzo: è un valore dell’uomo, della cultura, un luogo di umanità e di civiltà.” Amava dire. 

Sintetizzando, si può dire che è stato qualcuno che ha creduto fino all’ultimo respiro in poche cose molto più significative rispetto ai tanti messaggi comunicativi della cultura dominante. In molti ambienti salesiani qualcuno entra in una casa di Don Bosco, si trovano come pilastri un cortile in cui poter giocare e una classe in cui imparare a essere buoni cristiani e onesti cittadini. Il messaggio di don Rabino è riuscito ad andare oltre. È riuscito a superare i luoghi. Si può dire che la sua testimonianza è stata e rimane un monito non solo per chi è chiamato con una vocazione profonda, ma anche a coloro che hanno precisi compiti educativi a scendere dalle sedie e a lavorare con i più deboli, capendo ciò che li colpisce di più, ciò che li prende, interessa loro. Nella sua vita religiosa don Aldo ha visto nello sport il modo migliore non solo per evangelizzare, ma per essere un maestro di valori. C’è ragione quando, dentro a un contesto delicato in cui si sentono forti i sensori della crisi degenerativa, esiste un valore nello sport più grande. 

Don Aldo nella sua vita ha insegnato sia ai suoi volontari sia ai giovani partecipanti alle molte iniziative sia agli osservatori che dietro alla passione sportiva, al tifo e all’impegno ci sono dei messaggi riferimento per crescere sani e non solo nel fisico. Lo sport insegna a vivere in modo comunitario le proprie esperienze, talvolta pure nelle discipline individuali. Lo sport insegna il valore della lealtà; di fronte a te non c’è il nemico da distruggere, ma qualcuno che come te vive una passione bellissima e che vuole coltivare come esperienza personale. Lo sport è un patrimonio culturale perché segna il carattere di un popolo e ne valorizza le capacità. È una delle espressioni più nobili con cui la talentuosità di ognuno assume una potenza inequiparabile rispetto a qualsiasi altra cosa.

Questi valori nella realtà che tutti i giorni siamo costretti a vedere e sentire non rischiano soltanto di sembrare superati ma messi da parte perché anche con lo sport si vuole produrre risultati unicamente tangibili. Nei fatti però l’impegno di tutti deve essere quello di riaffermare il messaggio salvifico della vita sportiva. Don Aldo ci ha insegnato anche questo.


Alessandro Ritella


18 ago 2020