EDITORIALE: 25 Aprile, la festa di tutti.

Oggi è non solo un giorno di libertà o di respiro dalle occupazioni quotidiane. Il contesto in cui quest’anno si devono fare i conti lo suggerisce abbastanza chiaramente. Non per tutti è un giorno di riposo e qualcuno in più lo vive sulla propria pelle. La festa della liberazione è un giorno fondamentale per il nostro orgoglio nazionale. Al netto dell’importante significato politico e militare, che vide impegnati gli Alleati e i Partigiani, ci racconta di una missione comune come società intera: lottare perché i fascismi e le dittature, i due peggiori nemici della democrazia e delle libertà, tornino prepotentemente ad attaccare soprattutto le frange più deboli dando luogo alla guerra sociale.

Il 25 aprile 1945 è stato il giorno in cui il CLN nel Nord Italia proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate. Tre giorni dopo i gerarchi fascisti repubblichini e Mussolini furono catturati e uccisi. Quello fu il vero atto che sancì per l’Italia non solo la via d’uscita dalla tremenda Seconda Guerra Mondiale, ma pure la fine di un ventennio di politiche coercitive, illiberali e totalitarie. Ogni anno, in una stagione migliore, in tanti quartieri delle nostre città si sarebbero organizzati momenti di commemorazione e di ricordo per quei ragazzi che hanno dato la vita per la nobile causa della libertà e della pace. I loro nomi sono davvero molti e la loro presenza fondamentale per non dimenticare è rimasta indelebile nelle nostre città. Basta guardare a terra quando troviamo una pietra di inciampo per trovare una vittima di quegli anni o alzare la testa verso qualche parete per scorciare una lapide. Ricordare loro ogni anno e non solo nei libri di storia non deve essere un’esperienza di noia e di fatica per il cuore per la mente, ma deve aiutare tutti a capire i doveri morali a cui la società è chiamata.

La nostra cultura ha preso un’abitudine, una di quelle difficili da modificare, che non comprende fino in fondo le giornate quando sono rese simboliche. Gli ultimi anni, a seguito di vari comportamenti sociali e politici, qualcuno ha deciso di calpestare anche il 25 aprile. Non è un caso che si sentano le notizie più assurde in tema di risveglio del rigurgito nazionalista e conservatore in questo particolare periodo dell’anno. Sono episodi tristi e intrisi di profondo disprezzo quei fatti di cronaca in cui si sentono dei ragazzotti che imbrattano i muri o le porte o i simboli richiamando l’apologia di quell’ideale di odio e di guerra oppure quando si sentono frasi cariche di insulti contro la memoria.

In tutti quegli atteggiamenti ultimamente manifestati tramite i social c’è fascismo. Quando Liliana Segre viene brutalmente aggredita e minacciata dietro uno schermo, si compie un crimine di origine neofascista. Quando si disegna la svastica o la croce celtica sul muro, si compie un crimine di origine neofascista. Quando si ironizza esageratamente contro altre nazionalità, si compie un qualcosa che richiama alla cultura neofascista. Quando la mente viene pervasa da un sentimento patriarcale e maschilista, non si è rimossa la cultura neofascista. Quando si vuole uniformare le categorie sociali o le talentuosità delle persone, non si è rimossa la cultura neofascista.

Purtroppo quella ideologia per cui oggi si ricordano molti martiri non è morta, non è stata condannata a dovere e oggi addirittura si sente in dovere di recuperare il polso. Persino di fronte alla tragedia del coronavirus.

Quest’anno c’è chi paragona il pass per i vaccinati alla stella di David sui deportati ebrei nei campi di concentramento. Nella concezione che viene data da quei soggetti ci sarebbe una vera e propria discriminazione tra vaccinati e non vaccinati. Non esistono spiegazioni con cui argomentare una follia del genere, una delle pagine più buie della storia dell’umanità. Probabilmente queste interpretazioni così imbarazzanti del vaccino non meritano neppure risposte, ma purtroppo sono una realtà contro cui dobbiamo fare i conti. C’è una parte - fortunatamente - minoritaria che crede sia il caso di solleticare chi è afflitto dal dolore per diffondere un’idea sbagliata. Anche nella mente di chi diffonde l’idea che stiamo vivendo sotto la dittatura sanitaria e che qualcuno dall’alto vuole iniettarci qualcosa, fingendo che sia la cura al virus, ha a cuore solo il bisogno di invidia rischiando di provocare una terribile ondata di vendetta sociale, vendetta generazionale, vendetta tra pari.

Questo è il secondo 25 aprile che viene vissuto al tempo della pandemia e merita di avere una missione precisa, dentro ad un contesto in cui si parla spesso di ripresa. Il fiore dedicato al partigiano della famosa Bella ciao sia simbolo non solo di rinascita nel senso più pratico, ma anche in quello più umano. Sia segno di ripartenza dai valori fondamentali della libertà, della pace e dell’uguaglianza.

 

 

Alessandro Ritella