DIRITTO IN PILLOLE: I Riders, i supereroi di oggi. Ma a quale prezzo?

Sei seduto comodamente sul tuo divano di casa, non hai alcuna voglia di cucinare, e all'improvviso ti viene l’idea di farti consegnare il cibo a casa. Ecco che, nel giro di pochi minuti, suonano alla porta: finalmente il rider! Ma chi è effettivamente?

Il rider è il cosiddetto fattorino, è colui che attraversa la città, in bicicletta o in motorino, che deve essere di sua proprietà, per consegnare cibi (e non solo) a domicilio.

È un’occupazione frenetica e flessibile, ma soprattutto pericolosa, perché bisogna muoversi in mezzo al traffico, magari negli orari di punta, garantendo però una consegna celere del cibo, entro termini stabiliti, rispettando sempre e comunque le regole del codice stradale.

Deve indossare un equipaggiamento adatto: una pettorina o una giacca ad alta visibilità, caschetto o casco, a seconda che consegni in bicicletta o in moto, e deve essere dotato di uno smartphone, sempre di sua proprietà.

Ma che tipo di contratto è? Non è facile rispondere a questa domanda, perché è una questione oggetto di numerose sentenze e dibattiti accesi e discordanti.

Bisogna partire dalla constatazione che qualsiasi attività lavorativa che sia economicamente rilevante può essere eseguita o nella forma subordinata o nella forma autonoma. Ma accanto a tali forme vi sono anche figure di confine, che possiamo chiamare forme di lavoro fintamente autonome, per una serie di motivi: innanzitutto perché non è il lavoratore a stabilire “pagnotta” né a decidere il modo con cui deve svolgere la mansione, non dipendendo da lui lo sviluppo del suo lavoro. Però vi è una totale autonomia nella gestione dei tempi e del percorso e, in secondo luogo, al collaboratore viene riconosciuta la facoltà di non rispondere alla chiamata che proviene dalla centrale operativa dell’impresa, poiché si rende disponibile solamente nel momento in cui apre l’applicazione ed è proprio da quel momento che arrivano le consegne da parte delle varie aziende.

La questione relativa alla configurabilità di questo peculiare rapporto di lavoro ha assunto una enorme importanza proprio negli ultimi tempi, con riferimento alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto la nota multinazionale tedesca “Foodora”, citata in giudizio da 6 ex riders i quali erano stati sospesi dall'azienda dopo avere protestato per le cattive condizioni di lavoro, richiedendo al contempo il riconoscimento della subordinazione, con tutte le garanzie annesse e connesse.

Mentre in primo grado, il Tribunale di Torino, (V sezione-lavoro, sentenza n. 778/2018) aveva rigettato completamente le istanze avanzate da loro, in grado d’appello, la Corte di Torino (con sent. 26/2019) ha in parte accolto il loro ricorso. In buona sostanza, la corte d’appello non ha riconosciuto i lavoratori come subordinati, bensì come lavoratori eterorganizzati, sebbene ne abbia ammesso l’applicazione delle regime delle tutele del lavoro subordinato, e condannando Foodora a pagare almeno le differenze retributive previste dal contratto collettivo nazionale della logistica. È una questione complessa, ma possiamo affermare che, nonostante la sentenza della corte d’appello possa probabilmente essere riformata dalla Corte di Cassazione che, nel nostro ordinamento giudiziario, costituisce l’organo di vertice, si può intravedere una speranza per i riders e più in generale per ciò che concerne l’intera area dei lavori legati alla Gig Economy, nella speranza che possa condurre ad una regolamentazione soddisfacente e ispirata alla legalità.

Alessandra Ferreri