CORONAVIRUS: Le discoteche sono davvero il problema?

Premetto che immagino la reazione di alcuni che leggeranno questo articolo. Premetto che sono fieramente orgoglioso del lavoro svolto egregiamente dal ministro della salute Roberto Speranza in questa complicata fase. Premetto che - citando qualcuno che ha azzeccato ancora una volta la metafora - il governo si è ritrovato a correre una gara di Formula1 su un’utilitaria. Premetto anche che vi scrive un coetaneo o forse con qualche anno in più dei molti ragazzi ora dispiaciuti per la notizia della nuova ordinanza sulle restrizioni per le discoteche anche all’aperto.

Credo che queste premesse siano dovute per giustificare alcune considerazioni che meritano ancora una volta lucidità e senso civico.

Le discoteche, come tanti altri luoghi che sono stati chiusi durante la quarantena, ma pure quelli che sono stati aperti, non sono solo luoghi di selvaggi e potenziali assembramenti ma pure luoghi di lavoro per il personale che le gestisce e che organizza eventi. Sono lavoratori che stanno dentro a una categoria che si è espressa anche durante la complicata fase del lockdown e sono persino stati ricevuti durante la conferenza nazionale degli Stati Generali a Villa Pamphili a Roma. È evidente che essendo dei posti di lavoro si deve considerare il tema di un ammanco di entrate alle casse comunali. Comunque la si voglia prendere in causa ci si riferisce ad attività produttive, che portano spese ma pure guadagni, e, giudicando il tasso di affluenza, non sono solo una minuscola parte.

A questo aspetto si lega il motivo più umano che spinge oggi parecchi giovani e non solo (qualche volta sarebbe il caso ricordare che le sale da ballo e le discoteche sono aperte e frequentate da tutti); i clienti prima che come possibili untori arrivano come persone, cioè individui in cerca di relazioni umane perché ne sono bisognosi. In fondo proprio questo era l’aspetto del Covid particolarmente pesante durante i difficili mesi di marzo e aprile.

Si deve considerare due cose non secondarie. La prima è che, ammesso che la discoteca per antonomasia è un luogo aggregativo, siamo circondati comunque e sempre da assembramenti. Si pensi ai locali pubblici che fanno parte della settimana quotidiana di ciascuno (frequentatori o no delle discoteche o dei club), si pensi ai pullman in cui, nonostante che le aziende dei trasporti locali abbiano organizzato in maniera tutto sommato efficiente la fase di convivenza, si tendono a creare assembramenti, si pensi ai luoghi atti al commercio che, a giudicare dal personale specializzato, convogliano gente. In tutti questi casi il punto principale è come si vive questa coesistenza della società con il virus. E qui, senza dover fare a nessuno l’esame di civiltà, sarebbe lecito verificare come si è posto il tema e quali conseguenze ha avuto. Le immagini di pullman colmi di persone, tra le quali una parte non possiedono o utilizzano male i dispositivi di protezione individuale oppure non rispettano la disposizione dei posti a sedere, sono una prima risposta.

La seconda non vuole essere un appello, ma piuttosto una provocazione per riprendere un argomento di cui frequentemente si sente parlare, ovvero il continuo atteggiamento di “guerra civile” esistente nel popolo. Non si vuole dire che negli italiani ci siano particolari motivi di scoppio di ribellioni o di rivolte fratricide, ma piuttosto di diffusione - e in questo i social fanno abbastanza la loro parte - di un virus in continua espansione, cioè quello di trovare in qualcuno o in alcune categorie di persone il capro espiatorio più adeguato. Durante il lockdown c’erano spesso e (purtroppo) malvolentieri gli anziani in mezzo a polemiche. Poi si è passati ancora una volta a colpevolizzare gli immigrati, anche coloro presenti sul territorio da diversi mesi prima della pandemia. Ora, dati i luoghi attualmente incriminati come focolai, tra le righe si può leggere un ammonimento ai più giovani. A parte che i locali sottoposti al divieto di apertura sono frequentabili e frequentati da tutte le fasce d’età, diventa particolarmente improbo utilizzare un momento delicato per chi lotta ancora per la propria salute, chi sta tutelando la propria e quella degli altri e per chi lavora per vincere questa sfida con spirito unitario allo scopo di trovare l’untore zero, colui o coloro che sono responsabili di un rialzo ancora evitato della curva dei contagi.

Fatte queste considerazioni, allo stato dell’arte serve rispettare le normative imposte non con puerilità, ma in seno alla criticità del momento e con buon senso e prudenza ricercare quelle forme di ritrovo condivisibili e che rispondano alle esigenze di comunità umana a cui rimaniamo affezionati.


Alessandro Ritella

17 ago 2020