CASO FEDEZ: Tra rapper e preti i nuovi leader della nostra società

Avevamo immaginato tutti di vivere un Primo Maggio alternativo rispetto al solito e soprattutto rispetto all’anno scorso in cui l’Italia intera senza distinzioni era chiusa a casa. Non avremmo mai immaginato potesse avere una eco così potente ancora in questi giorni.

Si è animata molto la scena a seguito dell’intervento di Fedez al Concertone. Poche ore prima aveva scosso gli animi un intervento del duo comico Pio e Amedeo in cui attaccavano l’uso troppo spregiudicato del politically correct.

I due episodi hanno aspetti significativi per varie ragioni.

Il primo è che entrambi hanno avuto risposte - probabilmente volute e ricercate - dalla politica e dalla società. Non è un caso che Matteo Salvini prima si mostra sui social come uno di quelli che in salotto non vede l’ora di accendere il televisore per ascoltare Pio e Amedeo e poi recita il copione del leader di partito quando Fedez attacca una parte della dirigenza leghista.

Altro aspetto interessante risiede negli argomenti affrontati. Si può dire di tutto sulla scena interpretata dal duo comico foggiano, ma quella è l’unica risposta che si sente contro una tendenza di cui tutti abusano. Non è falso se si dice che troppo spesso ci si approfitta del “politically correct” per non fare male a qualcuno o per non esprimere mai completamente un messaggio. Le parole di molti internauti nelle ultime ore sono troppo ridondanti ed ancora una volta molti utilizzano superficialmente la battaglia politica sui diritti per non affrontare argomenti scomodi come l’inclusività e il rispetto. Facendo questo discorso ci si dovrebbe ricordare il vero ruolo della comicità, specie se fa parte di quel repertorio degli ultimi vent’anni. Si dovrebbe avere bene in mente come lo spettacolo tenti, riuscendo parzialmente, a rappresentare lo spaccato della società che vuole divertire. La civiltà che Pio e Amedeo hanno messo in campo, per quanto possa essere piuttosto trasandata e non avere più il senso della misura, è quella che tutti vivono e soprattutto è quella in cui le categorie di cui alcuni raccontano la grande offesa risiedono talvolta senza rendersi conto dell’arretramento culturale generale.

Poi c’è stato Fedez. Penso che abbia avuto una grande occasione di gloria sul palco del concertone che non su quello dell’Ariston o in grandi occasioni di successo musicale. Quel cantautore nasce come rapper, il cui stile deve raccontare l’impegno sociale e la protesta. In questo senso è vero dire che stona visto accanto a una figura che andrebbe combattuta come quella di sua moglie, ovvero una di quelle funzioni di cui ci si lamenta per i passi indietro intellettuali e culturali della nostra società. Dal filmato in cui ha raccontato di quella telefonata con i dirigenti della Rai fino ai giorni dopo l’esibizione, non è tanto il dibattito sulle iniziative di legge per contrastare l’omobitransfobia e la misoginia il tema principale, ma piuttosto la lotta politica è lo strumento con cui esprimerla.

Nel grande polverone, l’unico attimo in cui c’è stato il focus sull’argomento è stato quando Fedez con il microfono in mano ha eseguito la sua esibizione. Successivamente, i social, la stampa e i mezzi di informazione erano più interessati o a eroizzare il cantautore o a sterminare chi gli andasse contro o a ammazzare chi aveva avuto il coraggio di denunciare la situazione politica sul ddl Zan e la volontà di censura da parte della Lega. In questo senso l’unico obiettivo che Fedez si era posto è stato volgarmente disilluso dalla platea.

A maggior ragione quest’anno da quel palco e dai vari commenti non è uscito il principale protagonista della giornata del Primo Maggio, ovvero il Lavoro dilaniato e indebolito dalla crisi economica e sanitaria. Fondamentalmente anche da quella occasione sarebbe stato forte fare uscire le storie di chi sta vivendo sulle proprie spalle il prezzo salato dell’emergenza, dai Riders ai dipendenti Amazon, passando per i ristoratori, i lavoratori dello spettacolo e soprattutto le vittime della chiusura della Whirlpool e della Embraco.

Il vero dramma è non sentire una parola critica sulle condizioni del lavoro odierno, in cui ancora c’è chi rischia la vita.

Sostanzialmente questo Concertone 2021 ha confermato la triste verità degli ultimi decenni. La società vive una crisi più profonda. Non ha più riferimenti. O meglio non ha più quelli che hanno le chiavi per sedare le disuguaglianze e riscrivere l’agenda partendo dalle priorità.

Anche questa volta la politica onesta, riformista e progressista perde un’occasione. Ha perso il modo di dire che non tutti sono sordi e ciechi di fronte alla mancanza di diritti civili e alla sconfitta di quelli sociali sacrificati agli interessi finanziari ed economici. Fedez ha fatto una grande figura su quel palco, ma al contempo lo spettatore medio ha percepito che la politica vuole censurare il messaggio giusto in nome di meri interessi.

Se si può usare una battuta si potrebbe dire che non bastava il Papa, ma evidentemente ci vogliono anche i rapper a far capire da che parte si deve stare o quantomeno a ricollocare la bussola. Oggi non serve ringraziare Fedez perché è ovvio che abbia fatto un servizio buono di rivendicazione e sensibilizzazione. Forse è proprio grazie ai molti rapper della nostra cultura musicale che tanti messaggi riescono a essere alla portata. C’è piuttosto bisogno di rispondere con i fatti a chi ancora vuole recitare la doppia parte in commedia e a chi non conosce le basi di una democrazia equa e in cui tutti si possano emancipare.

 

Alessandro Ritella