CALCIO: Perché la Superlega ci imbavaglia.

Questi ultimi giorni sono stati attraversati, a seguito della domenica sportiva, da una notizia decisamente curiosa per il mondo sportivo. Le reazioni polemiche sono state trasversali sia nel mondo politico che in quello sociale. Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire un po’ meglio.

Lunedì le Anse titolavano che dodici club europei annunciavano di aver raggiunto un accordo per costituire una nuova competizione calcistica infrasettimanale, la Super League, "governata dai Club Fondatori", nella fattispecie Milan, Arsenal, Atlético de Madrid, Chelsea, Barca, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Real Madrid e Tottenham Hotspur. Erano previsti pure altri tre club aderenti prima della stagione inaugurale.

Contro l'iniziativa si erano già espresse la Uefa, l'Eca e lo stesso premier britannico Boris Johnson, come diversi suoi corrispettivi, confermandolo ancora in queste ore.

La Juventus, per bocca del suo presidente Andrea Agnelli, dimettendosi anche dall’esecutivo UEFA, ha annunciato di essere già uscita dall'Eca, l'Associazione dei club europei, precisando che "i club fondatori continueranno a partecipare alle rispettive competizioni nazionali e, fino all'avvio effettivo della Super League, alle competizioni europee". Anche la Fifa, da parte sua, si è espressa manifestando disapprovazione per una "lega separatista europea chiusa al di fuori delle strutture calcistiche internazionali" che non rispetti "i principi fondamentali di solidarietà, inclusività, integrità ed equa ridistribuzione finanziaria".

Il mondo del pallone vive una situazione particolarmente assurda dal punto di vista della aziendalizzazione e della mercificazione da lungo tempo. La vicenda di queste ultime ore è solo riflesso del mondo in cui viviamo. Le società stanno dimostrando realmente di occuparsi di calcio secondo logiche finanziarie e di mercato e meno secondo l’opportunità che lo sport può insegnare a chiunque. Alcune società sportive europee stanno decidendo autonomamente di cambiare le regole del gioco e di distruggere lo spirito sportivo che appassiona i tifosi, gli sportivi e i moltissimi atleti. È vero che diversi fra i fondatori si stanno defilando, ma il danno è compiuto. La conferma di come questa vicenda non è solo una ubriacatura risiede nelle continue dichiarazioni del presidente Andrea Agnelli, che da una parte non stupiscono, visto il modus operandi degli ultimi anni di tutto il gruppo erede dell’Avucat, ma dall’altra lasciano attoniti per il disinteresse nei riguardi di chi vede nel calcio un’opportunità educativa, una possibilità di lasciare qualcosa che serve nella vita.

È vero che nel calcio non si può vivere di solo sentimentalismo perché una società necessita di una cassa che non piange troppo, ma non la si può costruire con il talento di bravi ragazzi che sognano da sempre di diventare delle stelle e neanche sul bisogno di essere quotati da qualche holding.

Lasciando da parte la personale fede sportiva, L’azione di queste ore che arriva dai vertici dell’Allianz e da quelli del rinnovamento del Bernabeu ricorda un comportamento di arrogante legge del più forte contro quelle squadre viste come provinciali. Perché non devono partecipare l’Atalanta, il Sassuolo, il Leicester, il Napoli o il Verona?! Perché dover interrompere ciò che anima un movimento virtuoso che si muove nelle nostre città ogni settimana?!

In questa discussione non ci si deve mai dimenticare del ruolo che possono avere i campi di calcio (nessuno escluso) non solo come opportunità formativa per tantissimi ragazzi. Nella bella tradizione non solo italiana sono motore di aggregazione. A maggior ragione negli ultimi decenni sono diventati un collante per la comunità, si sono dimostrati luoghi di inclusione per molte generazioni e hanno anche preso il posto di alcuni luoghi storici in cui si fa comunità.

In questi giorni qualcuno evidentemente vuole uccidere il principio della sana e aperta competizione sportiva per sposare smaccatamente le ragioni del cinismo economico più barbaro, assumendosi il grave rischio di spegnere la magia del calcio e la passione di tutti, di far diventare anche il pallone sul prato verde un’occasione di conflitto totale e di logica di selezione del più forte.

La testardaggine di chi oggi continua a insistere su un progetto di questo tipo è soltanto la conferma della degenerazione dello sport, che non persegue i nobilissimi valori a cui è chiamato e che preferisce come in tante situazioni mercificare dei corpi per interessi.

Il calcio deve tornare ad essere degli appassionati e dei tifosi, non dei presidenti di squadre sull’orlo del fallimento o in cerca di nuovi spazi per burattinare quel sistema antipopolare e della finanza selvaggia. Il calcio non si deve sottomettere alla grave crisi del sistema culturale autorizzata ancora una volta da quel sistema che vuole sottomettere l’umanesimo agli interessi dei pochi.


Alessandro Ritella