BONUS 600 EURO: Quando fare il parlamentare non basta

Se è vero che la società e la politica non vanno mai in vacanza, si deve essere obiettivi nel vedere come in questi ultimi anni il mese di agosto sia un momento in cui si rimescolano le carte. Non si vuole toccare il tema dannoso come pochi dell’anniversario del Papeete in versione salviniana perché non è un qualcosa di politico e neppure meritevole di un commento ragionevole, ma piuttosto riflettere partendo da un fatto infelice che si è consumato in questi pochi giorni. Si è scoperto che cinque parlamentari (tre leghisti, un renziano ed un 5Stelle), durante i mesi difficili della quarantena, abbiano richiesto all’INPS il bonus per le partite Iva da 600 €. Una cosa particolarmente curiosa e anche imbarazzante, oltre alla cosa in sé, è che l’ente incaricato di soddisfare le domande che man mano arrivavano non si sia accorto della condizione lavorativa di questi soggetti e abbia accolto le loro domande. Si può dire che anche questa è un’ulteriore occasione, guardando semplicemente a che cosa è successo, per dare argomenti all’antiparlamentarismo e alla irresistibile condanna di tanto deterioramento e di un oppressivo malessere alla politica.

Dato che non ho mai creduto che sia nel qualunquismo e nel classificare un gruppo di persone in base al comportamento di alcuni singoli la soluzione reale, provo a definire un dato politico. Comprendo i tanti che in questo momento sbeffeggiano Salvini e la Lega, perché dimostrano di essere duri e puri e al contempo esistono elementi al loro interno che si comportano esattamente nel modo contro cui polemizzano, e pure quelli che ironizzano su Renzi e Italia Viva, perché è da molto tempo che stanno utilizzando l’opportunità del gruppo parlamentare e la situazione di essere parte della maggioranza in modo continuamente ambiguo. Ma io dico un’altra cosa. Oggi non si deve usare questo come attacco politico agli uni o agli altri, bensì sarebbe il caso di provare a fare un altro tipo di ragionamento, stando sul piano della oggettiva quanto critica realtà.

La politica vive, al di là della crisi in particolare di un campo, da lungo tempo un periodo di degenerazione totale. Non sono molti i fattori che hanno determinato questa triste conseguenza però non chiamarli neanche con il proprio nome é un torto che si fa a chi ha lottato perché esistesse una democrazia governata da una buona politica che - e qui bisogna dirlo senza troppi giri - necessita di collettivi organizzati con identità e programmi forti. Un fattore sta proprio in questa ultima considerazione e cioè che da almeno due decenni l’attenzione sia dei commentatori della politica sia di chi è attivo si è spostata sul leader e dunque l’idea di collettivo si è sfumata per lasciar spazio al partito personale e alle esigenze o dell’uomo solo della cricca vicina a lui. Un secondo motivo della degenerazione riguarda il fatto che nei partiti si è innestata una logica meno ideologica e più di interesse. E non nego che questo tipo di declino sia alimentato anche da frasi come “i partiti postideologici sono la soluzione”, “non esistono questioni di destra e di sinistra” e così via. I partiti sono divenuti via via contenitori in cui al loro interno si scontrano gruppi più o meno organizzati di interessi, spesso e (ahinoi) malvolentieri personali.

In particolare una terza questione che fa al caso da cui sono partito risiede nella selezione della propria classe dirigente politica. Si può dire senza troppe remore che non si sono fatte scelte di giustizia nelle nomine e nelle elezioni. È abbastanza palese guardando la realtà. Si considerino per esempio gli scandali di uomini politici che hanno utilizzato soldi pubblici per scopi personali oppure le frodi ai danni dello Stato oppure ancora politici che si vendono alle organizzazioni criminali. Fare un elenco sarebbe particolarmente ridondante però è un’analisi corretta quella che conclude dicendo che quando si sceglie di servire i propri concittadini o i propri connazionali è il caso di accantonare il proprio bisogno di sé e lasciare il posto al paese reale. Sarebbe una rivoluzione se a partire dal consigliere comunale della cittadina più piccola si innestasse una nuova coscienza, quella che dice: non si scende in campo per essere sistemati meglio o per riuscire a mangiare di più degli altri, ma perché il proprio contributo e la propria esperienza si mette a disposizione di un progetto politico. Con un ideale dignitoso.


Alessandro Ritella